ARCHIVIO

ARCHIVIO GIORGIO VIALI

OTTOBRE 2005

“Sequenze Immacolate”

(A Spotless Footage)

di Giorgio Viali

Bozza di sceneggiatura

Ottobre 2005

La passione per il video l'aveva completamente soggiogata. La telecamera era il suo terzo occhio, il suo motivo d'esistere, il mezzo per creare, costruire, dire, fare, inventare, il filtro che le permetteva di vedere la verità, di forzare i rapporti sociali consueti ed entrare in profondità in sè stessa e negli altri. Non avrebbe mai pensato che un piccolo strumento, come una videocamera digitale, potesse diventare il suo motivo d'esistere, mai avrebbe pensato che la capacità di riprodurre il reale potesse diventare la sua ragione di vita.

Ed ora era sola. I momenti di pianto non tendevano a scendere, mediamente, nell'arco di una giornata. Ed era sempre un pianto profondo, liberatorio e incessante. Ma doveva pur trovare un modo per uscire da quel dolore intenso che tendeva a sedimentarsi e che solo il pianto riusciva a smuovere e sradicare. Il marito, suo marito, se n'era andato. Ma non era per questo che piangeva. Piangeva perchè suo marito s'era portato con sè suo figlio, luce dei suoi occhi, l'amore incondizionato, la gioia e la spensieratezza più intensa.

Difficile conciliare questi due aspetti. Anche lei non riusciva a comprendere come convivessero entrambi dentro lo stesso cuore. Erano entrambi profondi ed intensi. Immacolati e insondabili. Incerti e determinati. Inflessibili e acerbi. Possedeva una piccola Panasonic. Comprata con pochi soldi. Comprata nuova in un grande centro commerciale. Era entrata già sapendo quale modello avrebbe comprato. Conoscendone già completamente le caratteristiche. I pregi ed i difetti. Ed usava una Sony, una vecchia Sony a 3 CCD, che un fotografo, conosciuto indirettamente, le prestava quando ne aveva bisogno. Aveva già realizzato tre cortometraggi, tre se si escludevano delle riprese, fatte molti anni prima, all'interno di una struttura che si occupava di persone con handicap psichico. Così si diceva allora. Oggi non sò come vengano definite. Persone con una grande sensibilità ma con l'incapacità di percepire i limiti. Aveva già relizzato tre cortometraggi. Non era il momento di parlarne. Quello che era importante è che era impaziente di iniziare una nuova avventura. Un nuovo laboratorio di immagini in movimento. Un laboratorio di sequenze di immagini. Come avrebbe voluto chiamarlo.

Scrivere la sceneggiatura era un momento molto gratificante. Molto piacevole. Inventare una storia voleva dire, per lei, porsi delle domande profonde, esistenziali, andare a pescare all'interno di quella cerchia ristretta di sentimenti che sorreggono e danno un senso alla nostra vita. Di cosa si sarebbe occupata questa volta? Di quale sentimento, di quale sogno, di quale passione? Era il momento di chiederselo. Il momento giusto. C'era qualcosa che non era riuscita ancora a far emergere. Sentiva la sua presenza, percepiva i suoi movimenti. Sapeva che c'era. Sapeva che abitava profondità inaudite. Ma aveva anche paura. Perchè sapeva che era qualcosa che poteva urtare contro il comune sentire delle persone. Della medietà e della sobrietà delle persone. Sapeva che era qualcosa che aveva a che fare con l'immaginario. Carico di improponibili e indefinibili forze di rottura, di schiacciamento e di autodefinizione.

Voleva confrontarsi con l'immaginario? Era questo quello che voleva? Voleva mettersi in gioco in questo ambito? Per far uscire allo scoperto quell'essere onnivoro e astuto che percepiva solamente, ma che era abile e inapprocciabile. Era un modo per tirar fuori qualcosa, per maturare, per confrontarsi con dei sogni cresciuti spontaneamente e che rischiavano, pur essendo infanti, di dominare tutto invadendo ogni spazio utile? Era il momento di farlo? Sì. Lo era. Non sapeva se avrebbe avuto il coraggio di andare fino in fondo. Sapeva che era il momento di farlo.

Qual'era il cibo preferito di quell'animale astuto e onnivoro che si muoveva in profondità? La televisione innanzitutto. La televisione. Accesa in qualsiasi momento, presentava sempre e comunque ripetute ed ossessive scene di una felicità irrealizzabile, di emozioni profonde ma effimere, accompagnate da musiche avvolgenti, appropriate,e convincenti, di incontri, di baci passionali, di lieti fini. La televisione, dunque, era prima in questa classifica. Seguita poi immediatemente da Internet. Internet con le sue mille strade, le sue mille tentazioni. L'immaginario era alimentato dalle innumerevoli immagini-situazioni, randomiche, dove gli elementi che facevano la differenza erano il luogo, le persone. E ulteriori elementi ancora non classificati, percepiti ma non definiti. Elementi che era il momento di indagare, di svelare, di portare alla luce.

E intanto il compurter era impegnato a convertire un filmato.

Quale poteva essere la storia da raccontare? Non doveva essere troppo riflessiva ( nel senso che non doveva riflettersi su sè stessa). Doveva essere “banale” e nelle pieghe della sua banalità doveva nascondere perle di bellezza e di saggezza. Pochi attori. Che partecipassero a gran parte della storia. Preferiva lavorare con attori. Non aveva bisogno di un alter ego femminile. Una storia di uomini, ma non necessariamente maschile.

Giovane abbastanza da aver capito come andava il mondo, vecchia non a sufficienza per aver imparato a schermare la luce diretta ed intensa delle emozioni reali. Irretita dentro questo sogno, questo universo di immagini in sequenza, come sempre, decise di passare dalle parole ai fatti. In prima persona. E dove prendere l'ispirazione se non dalle cose che la circondavano? Se non mescolando e facendo interagire elementi della quotidianità, contigui e perenni, con elementi incidenti e frammentati come una lettura o un bel film visto al cinema o alla televisione?

Una sera, rientrando a casa aveva notato una rivista, abbandonata sopra uno scatolone di carta, fuori del portone di un condominio, pronta per essere raccolta la mattina successiva e portata al macero. Era notte. Poca luce arrivava da un lampione lontano. E cominciava a rinfrescare in quella notte di fine settembre. Paola si era guardata intorno e poi aveva raccolto la rivista. A casa l'aveva sfogliata attentamente. Pochi articoli, un'infinità di immagini di moda. Accessori e vestiti. Belle immagini. Belle donne. L'immaginario nella sua purezza. Nella sua sostanza, Nella sua effimera consistente e perenne apparizione. Estasiata si era immersa in quel mare di seduzione, di sogni, di essenze parallele e inavvicinabili, sale della terra, pane della vita. Belle. Belle e profonde come l'immaginario. Si stava avvicinando alla sua preda? Forse. Ma appena la consapevolezza entrava in campo l'estasi e l'arrendevolezza si dileguavano come la notte all'arrivo dei primi raggi del sole. E lei ripiombava nella normalità di un'esistenza carica di dolore, di gridi soffocati, di notti ancora da passare prima che tutto potesse finire.

Quelle immagini erano troppo belle. E… c'erano. Nel senso che esistevano. Esistevano già. Avevano già un loro posto nel mondo. Effimero. Transitorio. Certo. Come tutto nella vita. Ma non per questo meno reale. Meno tangibile. Perchè? Perchè allora non utilizzare la provvisorietà di queste immagini per costruire qualcosa? Perchè non prenderle come spunto per un lavoro da realizzare? Prenderle come modello? Modelle d'un modello. Era la strada giusta? Era una strada. Un sentiero per il momento. Che poteva portarla dritta nel profondo della foresta incantata. Là dove i sogni si avverano e la realtà svanisce dentro emozioni forti e irripetibili. Proprio dove lei voleva arrivare. Era una traccia. Una piccola traccia. Un punto di partenza. Perchè allora non ricostruire quelle immagini? Ricrearle? Riproporle. Riutilizzarle. Riciclarle? Prenderne una, sceglierla e poi ricostruirla. Ricrearla. Con un'altra persona. Diversa nell'aspetto, diversa nel colore degli occhi o nella lunghezza dei capelli. Ricostrurila e riproporla. Ricandidarla ad una nuova possibilità. Aveva trovato dei sassolini. Qualcuno li aveva lasciati perchè fossero trovati e raccolti. Lei li aveva trovati. Nel buio di una notte di fine settembre. Forse era stato il buon Dio? Nelle favole di solito erano i bambini che seminavano dei sassolini. Suo figlio era un bambino. Magari li aveva lasciati suo figlio per permetterle di ritrovarlo. Di riabbracciarlo. Per permetterle prima di ritrovare sè stessa.

Il progetto consisteva, in sintesi, nello scegliere delle immagini, o farle scegliere alle attrici e agli attori, e ricrearle più simili possibili all'originale, tenendo l'originale come modello. Come punto di riferimento d'un lavoro che altrimenti non avrebbe avuto alcun senso. Last but not least … filmare il tutto. Filmare. Filmare il momento della scelta. Riprendere le conversazioni, i preparativi, i tentativi, i gesti e le emozioni. Riprendere tutto. Montarlo e riprodurlo. Rivenderlo. Ri-immertelo nel mondo. Con un'altra valenza. Con un'altra prospettiva. Con un'altra possibilità. Questo le permetteva di entrare nel mondo dell'immaginario, che tanto l'affascinava, di riprenderlo e riprendersi senza sensi di colpa, senza veli e senza vergogne. Iniziò a sfogliare le pagine della rivista. A soffermarsi sulle singole immagini. Era già da un'altra parte. Abitava già un altro universo. Una nuova dimensione. Non era più una lettrice, passiva e ottusa. Ma una viandante in cerca di una strada per trovare l'attimo. Per perdere il proprio passato e regalare la propria esistenza consapevolmente a qualcuno. Gratuitamente. Liberamente. Senza possibili o probabili conseguenze. Era libera di guardare quelle immagini. Pronta a ricostruirle.

ARCHIVIO GIORGIO VIALI

OTTOBRE 2005

“Sequenze Immacolate”

(A Spotless Footage)

di Giorgio Viali

Bozza di sceneggiatura

Ottobre 2005


Il ritratto di questa donna si delinea attraverso una complessa interazione di passioni, dolori e aspirazioni. La sua esistenza è segnata da una profonda dedizione all'arte del videomaking, un linguaggio che le consente di esplorare la realtà in modi che vanno oltre le convenzioni. La telecamera non è solo un oggetto per lei, ma un'estensione del suo essere, una sorta di terzo occhio che le permette di vedere e interpretare il mondo con maggiore intensità. Questa passione, però, è intrisa di un dolore straziante: la perdita del marito e, soprattutto, del figlio, che rappresenta la sua gioia più pura.

Nel suo animo convivono contrasti forti: da un lato, la brama di esplorare e creare, dall'altro il peso di un lutto che continua a farsi sentire. La sua solitudine è palpabile; i momenti di pianto, pur essendo un percorso liberatorio, non possono colmare il vuoto lasciato da chi ha amato di più. La sua mente è in tumulto, lacerata tra l'esigenza di esprimere sentimenti e la paura di affrontare temi delicati e controversi. Questo conflitto interiore le genera una sorta di paralisi creativa, un'insicurezza che la tiene in bilico tra il desiderio di realizzare qualcosa di significativo e la paura del giudizio altrui.

Le sue esperienze passate di realizzazione di cortometraggi e il suo approccio pratico all'acquisto della videocamera riflettono una persona determinata e riflessiva, che non si lascia intimidire dalla complessità del mondo audiovisivo. La sua creatività sembra nutrirsi di materiali semplici, di oggetti quotidiani, che diventano il punto di partenza per la sua narrazione. La rivista trovata per strada diventa un simbolo di bellezza e di aspirazione, un richiamo a un ideale di vita che sembra sfuggirle. La sua incapacità di accettare la bellezza effimera e il desiderio di ricrearla, di darle una nuova vita attraverso il suo lavoro, rivelano un animo sensibile e affamato di significato.

L'idea di riciclare e reinterpretare le immagini la spinge verso un percorso di autoconoscenza e di guarigione. La sua arte diventa un modo per affrontare il dolore, per confrontarsi con la sua storia e le sue perdite. In questa ricerca, ella non cerca solo di esprimere la propria sofferenza, ma anche di connettersi con gli altri, di dar voce a esperienze universali attraverso il suo lavoro. La possibilità di filmare il processo creativo, di catturare le emozioni e le interazioni, rappresenta un'opportunità per lei di riappropriarsi della sua vita e di ridare un senso a ciò che è stato perduto.

Si percepisce in lei una forza interiore, una resilienza che, sebbene messa a dura prova dal dolore, la spinge a continuare a cercare, a esplorare e a reinventarsi. Il suo viaggio è sia una fuga dal passato che un ritorno a se stessa, una riconciliazione con le parti di sé che erano rimaste in ombra. Attraverso il suo lavoro, la donna si propone di riscoprire la bellezza e la profondità delle emozioni, di trasformare il suo dolore in qualcosa di autentico e di prezioso.

In un mondo che tende a sovraccaricare di immagini e significati, lei cerca la sua voce unica, consapevole che l'arte può essere un potente strumento di liberazione e di connessione umana. La sua storia è quella di una donna in cammino, che, armata della sua videocamera, si propone di esplorare non solo il mondo esterno, ma anche i recessi più intimi del suo cuore.


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