ICONE QUOTIDIANE
DI GIORGIO VIALI
LIBRO
DATA: OTTOBRE 2000
ARCHIVIO TESTI
TITOLO: ICONE QUOTIDIANE
AUTORE: GIORGIO VIALI
—– Release Info:
[ Tipo ......................................... Libro ]
[ Titolo ............................ Icone quotidiane ]
[ Scritto da .......................... Giorgio Viali ]
[ Data di rilascio ......................... 11 ott 2000 ]
—– Indice:
[ Prefazione ......................................... ]
[ Capitolo I ....................... Brusco risveglio ]
[ Capitolo II .............. Rendering delle emozioni ]
[ Capitolo III ......................... Iconoclastie ]
[ Capitolo IV ................... Effetti collaterali ]
[ Capitolo V ............................. Asincronie ]
[ Capitolo VI ....... FAQ (Frequently Asked Questions) ]
[ Capitolo VII ................ Pausa d'introspezione ]
[ Capitolo VIII ................................ Live ]
[ Capitolo IX .............................. Nofollow ]
[ Capitolo X ..................... Riciclare le icone ]
—– Prefazione
Il virtuale non esiste.
Non c'è alcun cyberspazio.
La rete non esiste.
Smettiamola di costringere in categorie e icone confortevoli i sentimenti, le emozioni, i battiti e le pulsazioni che la popolano: le paure, le incomprensioni, le diffidenze e le difficoltà.
Desistiamo dal volerle capire, dal voler dare loro una rassicurante definizione, positiva o negativa che sia.
Ringraziamenti:
Ringrazio il professor Gianni Degli Antoni per la sua disponibilità al dialogo, Arturo Di Corinto e Rosanna De Rosa.
Capitolo I
—– Brusco risveglio
“Technology should be assumed guilty until proven innocent.”
Jerry Mander
Nel virtuale credevamo di trovare un rifugio, una dimora accogliente, una “Casa dolce casa”. Non è stato così.
L'universo virtuale ci ha illuminato con i bagliori di un luna park e di una discoteca alla moda. E poi ci ha lasciato soli e indifesi, ai margini di uno spettacolo finito, con la bocca amara di parole e sogni.
Difficile ora passare dalla globalizzazione al più incerto sentimento e impegno locale. Doloroso.
Siamo pronti a tornare? O non vogliamo saperne di abbandonare questo territorio? Tutte le scuse sono buone pur di continuare ad abitarlo? Pur di continuare a assaporare il potere di arrivare dovunque, comunque, indipendentemente da qualsiasi entità?
È come pagare un biglietto d'ingresso per poter poi utilizzare liberamente tutte le giostre del parco giochi.
Internet è identica.
Ci dimentichiamo spesso che abbiamo pagato per entrare, che paghiamo ogni volta che entriamo.
Ma fingiamo di stupirci ogni volta che riusciamo a procurarci qualcosa di “gratuito”. Abbiamo già pagato!
Paghiamo comunque un prezzo d'entrata, un prezzo che ci assicura ore o giornate di utilizzo di tutti i divertimenti del parco.
Internet è uno strumento potente, potente anche nella sua capacità di distanziarci da noi stessi.
Tutto è apparentemente a portata di mano. Tutto possiamo avere.
In cambio paghiamo con il nostro tempo, la nostra attenzione, l'uso di un computer e di un sistema di comunicazione.
Tra bazar e cattedrali virtuali, in una vita acquistata in leasing, gestita in outsourcing, in un'informazione che diventa intrattenimento.
Senza più cultura.
Un'esistenza sempre più ai limiti della povertà, meno sicura e affidabile di quella cui finora siamo stati abituati.
Relazioni multiple, lavori multipli e contemporanei.
Nessuno ci toglierà la nostra connessione. Quella ci sarà garantita vita natural durante. Ci seguirà comunque. Servirà per lavorare, servirà per stabilire come e cosa consumiamo, servirà alle aziende per controllarci. Facciamo parte del loro patrimonio. Riportare e rilevare le nostre abitudini, registrare e definire i limiti della nostra sopportabilità, la nostra capacità di adattamento.
Illudersi ogni volta nuovamente che le cose possano cambiare, che la tecnologia di turno possa sovvertire le strutture e le icone di potere e di violenza attuali.
Illusione della fine del lavoro, della scoperta di un metodo per rendere la società migliore, più equa, più giusta. Illusioni di inizio millennio.
Spiacevole ammetterlo, nulla è cambiato.
Qualcuno di noi ha iniziato a giocare con nuovi strumenti. Ha iniziato a giocarci, a imparare come funzionano. Se ne è innamorato. Ed ad oggi è in grado di maneggiarli con precisione e accuratezza, a volte come un bisturi, a volte come un microscopio, a volte come un libro.
Abbiamo imparato a muoverci in questo nuovo ambiente, a conoscerlo, ad apprezzarlo, ad abitare la rete.
Alternativa a tratti, irriverente, sovversiva, mutante.
Ma abbiamo ben presente, e la nostra età ce lo rammenta, quanto poi difficile siano effettivamente i cambiamenti.
Nello spazio della disillusione mi aspetto che le persone possano raccogliere grandi frutti per se stessi, per la qualità della loro vita.
Che sappiamo dove procurarci il pensabile e l'impensabile, che sappiamo dove cercare informazioni che ci incuriosiscono, come creare informazioni; questo non cambia molto le cose.
Il lavoro minorile, lo sfruttamento, l'ingiustizia, la disuguaglianza non ne risentono. La nostra capacità di dilettarci con un giocattolo proteiforme non aiuta.
La nostra società tende come sempre a confinarci in un ambiente ludico. E con Internet ci riesce in maniera egregia. Siamo stati catapultati in un universo ludico virtuale e artificiale. Nessuno dovrà ora preoccuparsi del nostro eventuale raggiungimento di un'ancora più lontana maturità.
Nelle pieghe della rete, nelle zone d'ombra dove le scenografie all'improvviso finiscono, si riescono ad intravedere territori sovrappopolati. La solitudine, la ricerca disperata di relazioni, la ricerca di qualcuno con cui parlare. Con cui condividere qualcosa.
Nelle pieghe della rete si intravedono delle piccole imperfezioni. Stiamo popolando uno spazio virtuale, una metropoli virtuale dove il dolore, la solitudine, l'incertezza, la precarietà regnano sovrane.
Solo che, volendo, possiamo permetterci di far finta che sia sempre domenica, che sia sempre festa, e continuare regolarmente a visitare gli ordinati e puliti portali d'informazione e di news. Dove siamo sicuri di trovare sempre il nostro oroscopo aggiornato e notizie fresche di stampa, da sorseggiare con tranquillità e con sicurezza.
Animali da macello. Curati. Controllati. Accuditi.
Tutelati (vedi tutela della privacy).
Ma merce. Merce di scambio. Oggetti di scambio. Inesorabilmente.
La tanto osannata comunicazione nel netmedia non esiste. È un'invenzione.
L'aspetto passivo della lettura, dell'osservazione, del guardare è di gran lunga il più importante. Comunicare è tutt'altra cosa dall'accedere alla rete.
La storia è sempre stata una storia di accessi consentiti o negati. Le modalità dell'accesso all'informazione si modificano. Nuovi strumenti di produzione e di scambio dell'informazione hanno consentito l'accesso a un maggior numero di persone. La rete consente un accesso a molte più persone ancora. Ma è un accesso virtuale.
Knowledge workers.
Lavoratori della conoscenza?
Si tratta in realtà semplicemente di un lavoro di assemblaggio. Questo descrive correttamente la nostra nuova modalità di produzione.
Non siamo fisicamente in una catena di montaggio. Ma in una catena virtuale di assemblaggio. E se il nostro lavoro fosse solo un lavoro di traduzione potrebbe avere una sua dignità. Invece ha a che vedere con una ricerca delle informazioni e poi con un lavoro di copia e incolla.
Knowledge workers. Bello il termine indubbiamente. Ma attenzione al contenuto. Nella maggior parte dei casi nasconde semplici operazioni di assemblaggio. In una fabbrica virtuale che ha orari, regole precise, divise talvolta. Divise. Virtuali anche queste.
Pronti per l'ennesima trasformazione virtuale?
Siamo pronti a trasformarci ancora una volta, da attori ormai consumati, in profondi sostenitori delle proprietà salvifiche della rete, di Internet. E come fare altrimenti con chi arriva ora? Cosa raccontare a queste persone? Ci vorrebbe tempo. Tempo e voglia. Per condurli passo passo a conoscere i morti e i perdenti di questa battaglia, di questa guerra dell'informazione. Non ci sono infermiere virtuali. E la morte, proprio perché virtuale, non ha bisogno di becchini.
Ma anche un mondo virtuale, artificiale, un luogo di divertimenti alla lunga stanca, genera tensione, genera risentimento. Come sempre, una mattina ci si sveglia e si decide di andare a divertirsi e si scopre che al mattino ci sono solo le persone che puliscono il parco. Gli addetti alle pulizie, che lavorano alacremente per presentare il parco pulito e irreale, per garantirci un altro giorno di infanzia.
Capitolo II
—– Rendering delle emozioni
“Even if you are using a perfect network of remailers, you can still be tracked.”
Le emozioni sono sempre rintracciabili. Si trasformano. A volte in traumi psicologici, altre volte in malattie. Lasciano sempre un segno, delle tracce.
(Rendering: termine inglese che indica la rappresentazione e l'ombreggiatura di un oggetto virtuale).
Ci sono paure?
Nel mio rapporto con la virtualità?
Le paure si innestano, crescono e si nutrono con qualsiasi cosa venga loro vicino. Sanno riprodursi velocemente e viaggiano a velocità di due megabit al secondo. Una larghezza di banda sufficiente per qualsiasi programma multimediale.
Quali sono le mie paure? Le mie paure legate al virtuale?
Ho paura di rimanere escluso da questo nuovo modello comunicativo.
Ho paura di non saperlo usare correttamente.
Ho paura di non essere aggiornato.
Ho paura di non risultare al corrente delle ultime novità, degli ultimi servizi, di non conoscere come ottenere qualcosa, di non saper dove cercarlo. Dove o come cercarlo.
Ho paura di non essere un protagonista, un attore. Di dover essere sempre e comunque uno spettatore.
A tratti ho paura ad ammettere che gran parte di quello che trovo su Internet non è essenziale. È superfluo. Non fa parte di quello di cui necessito. È un surplus.
Paura di ammettere che l'85% della popolazione mondiale non ha mai utilizzato Internet.
Paura di dover ammettere di essere, ancora una volta, privilegiato. Di poter disporre e occuparmi di qualcosa che non è essenziale.
Ho paura di dover ammettere di buttar via del tempo. Di sprecare a volte ore ed ore a gironzolare qua e là senza meta, in un peregrinare senza limiti e senza senso.
Solo per monitorare i cambiamenti, per tenere d'occhio la bestia, per osservarla nel suo crescere.
Un'ansia profonda e un'incertezza tutt'altro che virtuale irrompe a tratti e mi invade. Un senso profondo di angoscia. Di incertezza. Sul futuro e sul prossimo e immediato presente. Sulla necessità di porre in essere un impegno. Ma non sapere per quale impegno spendere parte delle proprie energie. Non saper decidere, non sapere quale sia la scelta migliore.
La rete. Inutile! Ogni volta che devo parlarne una chiara e forte vibrazione mi scuote in profondità. Questo ambiente di vita cattura la mia immaginazione e i miei sentimenti.
C'è il desiderio di abitare indefinitamente in questo ambiente, di operare affinché al suo interno si creino delle zone di autentica comunicazione.
Abbiamo investito in questo ambiente una carica emotiva così grande che difficilmente riusciamo ora a staccarcene.
La rete come simbolo di un nuovo mondo, la rete come nuove opportunità di sviluppo, la rete come luogo di una democrazia possibile e di un mondo dove la povertà non esiste.
Da dove nasce questo nostro profondo attaccamento? O forse più correttamente: quanto eravamo soli e insoddisfatti per aver bisogno di investire emozioni e sentimenti tanto potenti e forti?
Amo questo ambiente. Lo amo profondamente.
Ho investito pesantemente in questo ambiente.
Ho investito tempo, emozioni e parte della mia vita.
Ho investito tutte queste cose con convinzione.
Ho paura.
Ho paura che la rete possa modificare la mia vita?
No. Non solo. Non è questo che mi spaventa. Sono abituato ai cambiamenti.
Ho paura che la rete mi obblighi a prendere delle decisioni che regolarmente preferisco non prendere.
La rete mi dà più potere e maggiore responsabilità. Mi permette di scegliere. Mi permette non solo di schierarmi, ma mi permette di imparare. Imparare a crescere. Imparare ad entrare in contatto. Imparare ad aiutare. A non nascondermi.
E dall'altra parte la rabbia, l'angoscia, l'insoddisfazione di un circuito vizioso. Un girare intorno senza meta. Un visitare le solite cose. E un rimanere intrappolato in abitudini acquisite. In un gioco conosciuto. E non volerne uscire. Per non incontrare ancora l'angoscia, l'insoddisfazione, la paura che governano anche questa virtualità.
In questo mare in cui ci muoviamo è facile lasciarsi andare alla deriva. In questo ambiente simile al mare, alle sue onde, lasciarsi trasportare sembra un destino inevitabile.
Ogni giorno il disertare gli impegni, il rinunciare alle fatiche sembra allettante. L'abbandonare i progetti alla deriva del mare, lasciare che sia lui a occuparsi delle nostre idee, dei nostri pensieri, dei nostri obiettivi sembra sempre più la soluzione migliore. Abbandonarsi. Arrendersi. Alla forza potente dell'ambiente, della natura, della cybernatura. È dolce questo non remare. Questo farsi trasportare. Questa rinuncia cosciente e volontaria a qualsiasi impegno, rotta o direzione.
Voglia anche di piangere. Profondamente inondare i propri occhi di lacrime liberatrici.
Questo nuovo ambiente è fonte inesauribile di comportamenti automatici che mettiamo in atto inconsapevolmente.
Piangere. E liberarsi di un rumore insistente di fondo che non siamo più in grado di reggere. Di un'intensità che non ci appartiene, che ci trasforma in meccanismi e nasconde il nostro lato umano.
Voglia di rompere. Di rompere con questo falso legame. Con questa catena virtuale. Che mi divide, mi duplica, mi clona incessantemente. In una duplicità di sensazioni, emozioni, riflessioni, che contemporaneamente sono sbagliate e giuste. Sono a tratti giuste e a tratti falsamente interpretabili.
Abbiamo accettato di duplicarci. Di clonare il nostro io entrando in questo territorio. Ma come fare ora a sopravvivere a questa impossibile lontananza da ciascuno dei nostri io? Come interagire con noi stessi? Dove ritrovare e come ricombinare gli elementi sezionati, infranti, disseminati nel cyberspazio e nella realtà? Come e dove raccogliere e ordinare il tutto? Condannati a una vita divisa. Schizofrenica. Precaria.
Incapaci di definire il rapporto che ci lega con il nostro io e la nostra sempre più improbabile socialità.
Il pensiero è stato frammentato. Distrutto. Polverizzato. Mercificato. È definitivamente inutilizzabile. Out of service.
Capitolo III
—– Iconoclastie
“Stinky INPEG bums, get out of here. We hate you. The Czech workers and miners hate you too. Go to your mums and never come back again. Every Czech hates you, bastards.”
prague2000cz
Sentimenti ed espressioni di insofferenza, di incomprensione, di negazione, di ideologia pura o di cruda sovversione.
Sono a tratti insofferente. Per ogni tipo di regola. Per ogni tipo di convenzione. Mi irritano. Come mi irritano le persone che si ergono a difesa dei diritti degli indifesi. E lo fanno con tracotanza, senza conoscere e apprezzare l'umiltà richiesta da questo tipo di lavoro.
Nella rete a volte mi imbatto in considerazioni e giudizi pesanti. Scopro critiche taglienti e giudizi altrettanto taglienti. Mi soffermo e mi incuriosisco. Mi stupisco sempre della possibilità che la rete ci offre di essere irriverenti, di essere offensivi, ideologici, parziali.
La rete non esiste. La rete non è mai esistita. La rete è un'icona.
Una cultura delle icone, dei simboli, dei martiri. Così si sta sviluppando la tecnologia. Quando si sviluppa senza una corretta coscienza tecnologica. Uno strumento potentissimo. Intrinsecamente autoritario. Il potere appunto delle icone.
Non sopporto i luoghi chiusi. Le divise. Le corporazioni. Gli ambienti di lavoro pubblici. I comuni. La rete, le reti mi permettono di scaricare la mia rabbia sugli altri.
Indymedia Italia.
Un'esperienza sbucciata. Spuntata.
Una réclame istituzionale della proliferazione delle clonazioni. Uno schiaffo all'indipendenza, ai percorsi autonomi e alla ricerca personale e locale.
Mi scuso se non dovesse essere così. Questo è quello che mi pare di capire.
Uno stimolo a smontare quell'esperimento e rimontarlo.
La rete dovrebbe averci insegnato che i ruoli sono fluidi. Dovrebbe esserci la possibilità di modificare velocemente struttura, pelle, consistenza.
La velocità in questo tipo di cambiamento è essenziale. Altrimenti ci si ingessa in soluzioni che diventano insopportabili. Un elogio della velocità ed insieme un elogio della lentezza. Lentezza nella riflessione, nel pensiero, che è e rimane analogico. Velocità nel togliersi dalle scatole nel momento in cui siamo fuori luogo. O nel dichiarare chiuso un periodo e un tentativo.
Stop cyber.
Basta! Non lo sopporto più.
Sto maturando un'allergia potente verso questa parola.
La prima cosa che ho pubblicato online si intitolava Cybma. Una contrazione di cyber e mantra o manifesto a seconda dei casi.
Pensavo di intitolare anche questo libro Cyber-*. Ci ho ripensato.
Cos'è questo cyber? Questo cyberspazio? Che qualcuno si è inventato come un bosco incantato dove si nascondono le fate e i folletti. Non esiste alcun cyberspazio.
L'ho detto. Finalmente l'ho detto.
Non esiste alcun cyberspazio. Nessun universo virtuale.
Ci sono gli uomini, la loro ricerca di una vita migliore e gli strumenti che producono.
Nessun cyberspazio all'orizzonte. Bene, allora posso decidermi ad uscire e riprendere tranquillamente a camminare e a muovermi.
Pericolo scampato.
In natura gli animali predatori sono soliti aggredire e sopprimere gli organismi e gli animali più deboli: quelli più giovani o più vecchi, quelli ammalati o privi di un ruolo specifico all'interno di un gruppo.
I movimenti internazionali di protesta nati a Seattle si muovono con la stessa logica. Condividono con gli animali di cui sopra gli obiettivi e le strategie, favorendo quella che si chiama, con un pizzico di eufemismo, selezione naturale.
Come collocarsi tra i grandi mammiferi, i predatori di vario genere, all'interno di questo ecosistema complesso e variegato?
Non è facile. È difficile.
Rimane sempre poi l'attenzione e la curiosità mediatica di seguire “live” gli appostamenti, gli agguati, il sangue dell'animale aggredito, il fallimento o la riuscita della caccia. Da non perdere.
L'interessante invece è incunearsi tra i due schieramenti, ricoprire il ruolo dei media, asettici e spettatori di quello che accade, imparziali. In mezzo. Per fare informazione.
Praga. Uno scontro che a mio avviso ha soprattutto una valenza funzionale, metaforica.
Aggiungere un'icona a quelle preesistenti che comprendono Seattle, Davos, Genova, Bologna, Melbourne. Icone. Ognuna con un proprio colore e con un proprio bollettino di vittorie e sconfitte. Come le medaglie sulla divisa di qualche ufficiale.
Ennesimo e potente simbolo del nuovo capitalismo, la rete si è trasformata in un enorme centro commerciale. Uno shopping mall universale. L'entrata, inutile dirlo, è gratuita. E nessuno si meraviglia che lo sia.
Un centro commerciale è costruito appositamente per attrarre visitatori.
L'alta concentrazione di negozi al suo interno assicura che i visitatori spendano comunque.
Capitolo IV
—– Effetti collaterali
“We regard the Internet as the next utility. Just as you now expect to have water and electricity in a house, in the 21st century the Internet will be just another utility that gets people through the day.”
Rob Sprenger
La rete dovrebbe essere somministrata solo sotto il diretto controllo di uno cyber-psicologo. Non si dovrebbe mai interromperne improvvisamente la somministrazione.
Gli effetti collaterali della somministrazione sono di vario tipo e varia intensità.
I disturbi frequenti, sia all'esordio che durante il decorso della malattia, presentano entità assai variabile.
Non sono più in grado di spingere. Preferisco stendermi ed attendere, lasciare che tutto scorra. Che tutto passi. Assistere, passivamente. Assecondare l'inerzia.
E al di là di un'icona, un mondo in movimento frenetico. Un'infinità di notizie. Un'infinità di percorsi possibili. Un'infinità di possibili esperienze. Un'infinità di possibili incontri. Un'infinità di possibili scelte.
Scegliere in Internet è un'attività che spesso passa inosservata. Cliccare su un link rappresenta una scelta. Visitare un sito rappresenta una scelta. Preferire un sito ad un altro ci rappresenta. Ci simula. Ci riflette. Dove andremo a specchiarci oggi? Su quale sito? Su quale portale?
Sento l'onnipotenza che il virtuale mi concede. Il potere di cercare, di rintracciare, di scavare nel passato, negli sgabuzzini, nei ripostigli, nell'immondizia delle news archiviate e in decomposizione.
Il potere di contattare qualsiasi persona di cui io abbia l'email. Di poter entrare in contatto.
Questo potere me lo concede anche il telefono. Ma l'email mi permette una modalità virtuale di contatto, dove la mia voce non entra direttamente in gioco, dove la lontananza è maggiore e il distacco accentuato.
Questa distanza mi protegge. Mi rassicura. Mi ripara.
Un hacker dell'informazione. Un hacker di nuova generazione. Dell'infoware.
Che non si sporca con i codici e con linguaggi di programmazione. Il genio del male allo stato puro, pronto a incunearsi nelle piccole zone d'ombra che inevitabilmente ogni azione umana lascia dietro di sé.
Sì, perché con le email e con il web, con la capacità di formulare le domande esatte e con la capacità di guardare nel posto giusto, tutto si apre incantevolmente ai nostri occhi.
L'universo è completamente in nostro potere. Tutto è sotto il nostro controllo. Siamo onnipotenti. Onniveggenti. Tutto possiamo. Tutto possiamo raggiungere ed ottenere.
E allora perché non prenderci gioco degli strumenti tradizionali ed istituzionali delle fonti informative?
Vorrei poter accedere a tutte le informazioni possibili e immaginabili. Entrare ovunque e accedere a tutto quello che è dato. Che è immagine. Che è video.
Entrare dappertutto. Poter essere connesso in tempo reale a tutto. Sempre e comunque. Possedere quest'interfaccia interiormente. Non dover azionare dei meccanismi esterni. Accedere e basta. Essere sempre e comunque. Una vita potente. Possente. Una connessione ininterrotta.
Dove andare a sbattere la testa?
Imboscarsi in qualche download di file o incunearsi in qualche ricerca estrema e voyeuristica dentro un motore di ricerca.
Meglio che attendere il tempo necessario per il download di un pensiero autonomo. Meglio dell'impegno necessario per crackare un'ideologia.
E allora vai col find. Dentro i motori di ricerca. O con programmi sempre più specializzati in compiti atomici e nucleari.
Il nucleare? Non volevamo abolirlo? Non c'è solo una cultura, reale, fisica, del nucleare. Ci sono strumenti di analisi nucleare e scissione nucleare dell'informazione.
Generano potenti ondate di energie ed emozioni. Stimolano la lettura e rimpinguano i portafogli degli editori. Hanno però molte controindicazioni.
La nostra insoddisfazione nella nostra esperienza online si riflette concretamente nel nostro stato d'animo, nella nostra capacità di attenzione, nella nostra capacità di relazionarci con gli altri.
La passività, reale o virtuale che sia, genera traumi. Insoddisfazioni. Accresce le paure.
Un aumento del rumore e dei contatti a cui siamo sottoposti. Fra alcune decine di anni i nostri nipoti vedranno sempre meno stelle nel cielo, causa una sempre maggiore luce presente nelle nostre città. Un maggiore inquinamento luminoso.
Saranno sottoposti anche a un maggiore inquinamento da informazione, che impedirà loro, sempre più, di trovare del tempo per ascoltare se stessi.
L'accelerazione con cui entriamo nella rete è sorprendente. Una volta entrati rimaniamo sospesi nel vuoto e percorriamo con lo sguardo l'orizzonte.
Compiamo manovre e azioni che avevamo solo sognato. Un avvitamento, un doppio looping, un'imbardata laterale prima di uscire, di sconnettersi.
Un'altra giornata da top gun.
La nostra insofferenza verso i rapporti personali, verso la comunicazione, le difficoltà insite al suo interno, l'inerzia da evitare.
Questa nostra avversione si palesa chiaramente quando decidiamo quali strumenti di ricerca adottare.
Si palesa nella nostra completa fiducia negli strumenti automatizzati, nei meccanismi, negli automatismi. Come ad esempio i motori di ricerca. Affidabili e potenti. Sicuri e fedeli. Soprattutto, non umani.
Leggere, leggere, leggere e ancora leggere.
Riempirsi di inutilità al solo scopo di esplodere.
Incapacità di fermarsi.
Incapacità di accorgersi della saturazione ormai vicina.
Siamo senza dispositivi di autoregolamentazione. Incapaci di smettere.
Come bambini che continuano a mangiare fino a riempirsi e a vomitare. Insopportabili.
Siamo tutti degli amanti e ricercatori appassionati di notizie. Voyeur dell'ultima notizia.
Come chiamarla? Questa controindicazione?
Newsfilia?
Niente a che vedere con la pedofilia, naturalmente.
Capitolo V
—– Asincronie
“Not the number of users, but the time spent on the Web, determines how successful a nation is in using the advantages of the Internet.”
John Gantz
Messaggi che ci giungono, diversi da quelli usuali. Sembrano a prima vista incongrui, provocatori. Ci incuriosiscono. Ci stupiscono.
Attenzione!
Materiale altamente deperibile.
Materiale altamente inquinante.
Non biodegradabile.
Ad alto contenuto di elementi tossici.
Leggere attentamente la data di scadenza sul retro della confezione.
Tenere lontano dalla portata dei bambini.
C'è un presente anche online. È il momento in cui leggiamo l'informazione. Una volta letta, l'informazione diventa obsoleta, passata. Spazzatura. Immondizia.
Il momento in cui leggiamo un'informazione online rappresenta il nostro presente.
Ci giochiamo tutto in quegli attimi. In come leggiamo. In quanto leggiamo. In quali sono le informazioni che leggiamo. In quali sono le nostre reazioni alle notizie.
Il nostro presente in rete è rappresentato da quello che stiamo facendo.
C'è un attimo fuggente anche online. E non è virtuale. È reale.
Sta a noi decidere come utilizzare quegli attimi. Se semplicemente come consumatori, consumando avidamente news e news, o come lettori attivi, che interagiscono con le notizie. Come attori, persone che costruiscono qualcosa online, che diventano agenti, faber virtuali del loro destino.
Ma come essere attori, agenti nel virtuale?
Si può decidere di pubblicare online le foto delle proprie vacanze. Si può decidere di pubblicare online i propri pensieri, le proprie riflessioni, oppure l'impegno.
Nell'evidenziare le forze inerziali, le aperture che si riescono a intravedere o realizzare in un tessuto, in una trama densa e spessa.
Una cooperativa che si occupi di riciclare le informazioni inutilizzate. Di rifarle circolare. Di generare del valore aggiunto dagli scarti e dagli avanzi di una società opulenta. Possibile?
In Internet i contenuti sono mutevoli. Non si è sicuri di poter ritrovare quello che abbiamo appena letto.
C'è una precarietà di fondo che assomiglia molto alla realtà della vita e alla sua mutevolezza.
“If you are so against econ. globalization, then why do you use the net? Huh? I mean, the net is one of the greatest products of econ. globalization!! Please, wake up and stop your insanity, because it isn't going to work!”
“Orari sfalsati, flessibilità ad oltranza, tempo parziale, impiego mobile del tempo, utilizzo del lavoro interinale fino al 30% o addirittura al 40% degli effettivi, bassi salari, gerarchia opprimente, fanno parte del quotidiano di buona parte di questa truppa della 'nuova economia'.
La concentrazione – per motivi di redditività e di economie di scala – di centinaia di salariati nel medesimo sito, allineati in sale immense, con il casco fissato alle orecchie e il naso incollato allo schermo del loro computer accentua il carattere opprimente di queste fabbriche del terziario dei tempi moderni.”
Le Monde Diplomatique – Maggio 2000
“The extraordinary security measures in Prague are indicative of the increased surveillance and repression of activists worldwide, as law enforcement agencies cooperate to combat a new, increasingly mobile army of dissent.”
Sarah Ferguson
Informazioni cresciute velocemente grazie a concimi chimici e in tempi rapidi. Per esigenze commerciali.
Informazioni brevi. Leggibili.
Come per la buccia dei pomodori.
Informazioni facilmente deperibili.
Con un tempo di vita medio di poche ore.
Capitolo VI
—– FAQ (Frequently Asked Questions)
“A FAQ (rhymes with 'back') is a collection of the questions our users ask most often, and their answers.
This is a great place to start looking for the solution to any trouble you're encountering.”
Cosa vogliamo?
Cosa cerchiamo nel virtuale?
Come possiamo organizzare la nostra vita online?
Quali percorsi scegliere?
Quali fonti informative privilegiare?
Perché siamo online?
Perché rinunciamo a una parte di vita reale per abitare un universo virtuale?
A cosa ci serve quest'informazione?
Che tipo di informazione ci serve?
Chi gestisce l'informazione online?
Quali sono le scelte significative nella nostra esperienza virtuale?
Ci sono scelte che ci sono ancora concesse?
Quali?
Se scaricare una canzone di Madonna o una dei Metallica?
Se leggere le news sulla CNN o su Repubblica?
Se preferire Explorer o Netscape o Opera?
Quali giochi scaricare?
Quali programmi vale la pena di crackare?
Sono forse queste le scelte che ci sono concesse?
Com'è il nostro rapporto con il virtuale?
In un mondo fatto di icone.
Diventare un'icona?
Una maschera. Una metafora.
Un personaggio.
Recitare una parte?
Simulare con convinzione?
Oppure?
Perché allora non fare il giullare?
Raccontare le curiosità, le amenità della rete.
Le stranezze, le novità?
Potrei mai rinunciare a tutta questa tecnologia?
Potrei mai rinunciare alla rete?
Internet ci ha trasformato in “Nuovi consumatori”?
Consumatori di news, di informazioni, di servizi gratuiti, ...
Come interagire con questa “nuova merce”?
Come spendere il nostro tempo e la nostra attenzione in questo nuovo ambiente?
Quali utopie si nascondono all'interno della rete?
Quali mitologie vale la pena di contestare?
Come sviluppare in rete una “nuova comunicazione”?
La rete è ancora uno strumento possibile per operare alternative?
Come dovrebbero organizzarsi per sopravvivere in Internet?
Globalizzazione.
Cos'è? Cosa significa?
Per modificare cosa? Per sovvertire quali poteri?
Per quale politica?
Come si svilupperà nei prossimi anni la rete?
Quali nuovi spazi si apriranno?
Che fare?
Distruggere la rete?
Sabotarla? Minarne il funzionamento alle basi?
Quali altre alternative abbiamo?
È possibile un'esistenza analogica nell'ambiente virtuale?
“If you cannot find the answers to your questions in these FAQs, please see the Technical Support Pages for other ways to find your answers.”
Capitolo VII
—– Pausa d'introspezione
“Be coherent (and be 'hard', man: real seekers are quite concentrated fellows) write down your target and go for it (and NOTHING else until you find it!)”
Fravia
Bisogna spingere la nostra capacità di introspezione in profondità. Utilizzare tutti i possibili strumenti e le possibili tecniche per mettersi in pausa ed approfondire le nostre modalità di comportamento.
“Devote a minimum of 30 minutes and a maximum of 60 to your search session, that's the best time range IMO, less isn't enough and more bores. Remember also that real queries are made in phases: phase one is 'broad', after a while (say a week, you must first digest and understand what you found) you go for a more concentrated approach, and then, last phase, you really find what you wanted (after having perused the newsgroups and searched the archies).”
Fravia
Ripensare a come è iniziata la nostra esperienza virtuale, ai primi momenti. A cosa ci ha spinto ad entrare, a provare.
Cercare di evidenziare se nell'entrare ci siamo portati emozioni, paure, aspettative. Verificare quali erano. Verificare come si sono trasformate queste emozioni.
Adottare le tecniche di rebirthing.
“Nata in California negli anni Settanta a opera di Leonard Orr, questa tecnica si propone di far rivivere (da qui il termine rebirthing, che in inglese vuol dire rinascita) il momento traumatico della nascita e di superarlo per accrescere la propria consapevolezza e imparare a convivere con le proprie emozioni.”
Rivivere i traumi della nostra nascita virtuale. Possibile?
Moderare la velocità virtuale. Imparare a eludere gli stimoli all'accelerazione.
Almeno fino a quando non riusciremo a reggere una velocità maggiore.
Limitarne l'uso.
È un alimento molto raffinato. Non contiene proteine. Non contiene carboidrati. È solo un dolcificante. Uno zucchero. Molto raffinato. Bisogna limitarne l'uso.
Bisogna adottare una velocità di utilizzo minore. Imparare a muoversi con una velocità minore, con lentezza.
I cortocircuiti sono frequenti e possibili. Generano sofferenze. Traumi.
Deframmentare.
Impostare una periodica e costante deframmentazione onirica. Prevedere il tempo per dormire. Sufficientemente.
“L'Utilità di deframmentazione dischi riorganizza i file, i programmi e lo spazio non utilizzato sul disco rigido del computer in uso, in modo da velocizzare l'esecuzione dei programmi e l'apertura dei file. A una maggiore frammentazione del volume corrisponde una peggiore qualità delle prestazioni del computer in termini di input/output dei file.”
Sedersi. Piedi a terra. Fare le radici. Radicarsi. E poi chiedersi cosa ci interessa. Adoperare questo strumento potente per creare percorsi non di business, né alternativi, ma personali, umani e univoci.
Porsi con distacco di fronte alla nostra attività online e guardarla dal di fuori. Fermarsi a pensare a cosa facciamo quando siamo online. Chiederci che cosa cerchiamo online?
Non barare.
Acquisire maggior sicurezza, per non agire solo in base alle paure, ma in base a autentici desideri e speranze.
Provare a utilizzare tecniche e strategie di hacking per entrare in se stessi.
Metterci l'impegno e la tenacia che utilizziamo per quell'attività. Un routing del dolore. Un ping delle emozioni. Per verificare direttamente le zone attive. Per individuare le matrici.
“Brain. And hands. Brain for thinking, hands for typing. And believe me or not, I'm not gonna explain =P. Besides, all the sources are in front of you. They're not crypted in any way. Explore them and learn if you really want to.”
Ivanopulo
Decostruire richiederà molto tempo. Non per il gusto cinico di distruggere quello che è stato costruito, ma per riprendere le redini della nostra vita. Riconsiderare le cose reali e presenti. Riordinare il tutto. Riprendersi dalle visioni. Riprendere fiato.
Ricominciare a respirare l'ossigeno reale e assaporare ritmi e frequenze più alla nostra portata.
Sciogliere i blocchi, permettere all'energia di scorrere liberamente e di fluire dalle mani come vibrazione terapeutica.
Ne deriva un maggior vigore fisico, una migliore resistenza alle malattie, oltre che una migliore predisposizione positiva che combatte efficacemente ansie e stress.
Capitolo VIII
—– Live
Sono seduto davanti al computer. Tastiera ben posizionata per una scrittura comoda.
Piedi a terra. Entrambi.
Schiena diritta.
Eccomi pronto per fare domande, per ottenere le risposte.
Come vorrei questo libro?
Intelligente?
Forse non è la cosa più importante.
Come vorrei questo libro?
Autentico?
Autentico. Non simulato, non finto, non costruito. Che possa raccontare un percorso.
Perché scrivo questo libro?
Per uscire dall'isolamento.
Vorrei fosse l'occasione per aprire dei dialoghi.
Vorrei fosse l'occasione per condividere con altri situazioni e sensazioni.
C'è un grande senso di impotenza nel rapporto che vivo quotidianamente con l'accesso.
Impotenza.
E un pizzico di rassegnazione.
E alcune convinzioni che si irrobustiscono.
La convinzione che niente in realtà sia cambiato, che non ci sia niente di nuovo, che siano cambiate le modalità dell'accesso. Solo le modalità.
Che tutto il resto sia immutato, che, come accade nella storia umana che conosco, a volte cambino delle modalità, ci siano inevitabilmente dei cambi di ruolo. Ma la sostanza non si trasforma.
La convinzione che come in tutti i momenti di trasformazione sia necessario fare molta attenzione alle scelte che si operano. Non fidarsi di quello che “si dice” o di quello che si legge. Ma chiedersi interiormente quale sia la scelta migliore, quale sia la scelta corretta.
La risposta verrà. Basta aver voglia di ascoltarla.
L'accesso?
È importante?
Non è importante.
È importante come lo si usa.
Perché accedo alla rete?
Perché mi connetto?
Perché la rete è uno specchio del mondo reale. Mi permette di rendere ancora più virtuale e più lontano il mio rapporto con la realtà. Di nascondermi ancora più in profondità.
Ma allo stesso tempo crea delle zone di disconnessione.
Il momento del passaggio apre delle possibilità di riflessione.
Apre una zona d'ombra, una zona che bisogna attraversare obbligatoriamente per accedere, che è la zona, la fase della scelta.
Scegliere di connettersi. Riapre dunque delle possibilità più profonde. Quelle delle scelte. E fare scelte è comunque un momento importante. Quando si impara a farle, si impara a sbagliare. E prima o poi anche a fare quelle giuste.
Come utilizzare al meglio la rete?
Per garantirsi una vita con più spazi personali.
Per limitare gli spostamenti per motivi di lavoro.
Per consentirci la creazione di comunità di interesse slegate dalla vicinanza fisica.
Per ottimizzare i consumi ed evitare gli sprechi.
Imparare a fare le domande. E cercare di ottenere delle risposte.
Non lasciarsi trasportare da un sito all'altro inconsapevolmente.
Fare domande. Innanzi tutto fare domande. Anche nel nostro rapporto con le news.
Qual è attualmente il mio rapporto con le news?
È un rapporto strano. Succube.
Alla ricerca di essere sempre informati.
Da dove nasce questa esigenza?
Dalla paura.
Dalla paura di far brutta figura.
Dalla paura di non corrispondere al ruolo che ricopro. Quello di chi si occupa di Internet.
Imparare a non farsi comandare dalle paure.
Imparare a svincolarsi dai ruoli predefiniti.
La mobilità dei ruoli è reale o fittizia in rete?
È una mobilità falsa.
I ruoli non cambiano.
Ognuno dovrà imparare a rivestirne di diversi.
Dovrà imparare a rivestire i panni di ruoli diversi a seconda della necessità.
I ruoli rimangono tali e quali.
La rete ci aiuta ad andare in profondità?
No.
La rete ci aiuta ad andare in profondità?
No.
Ho ripensato al mio inizio. Agli stimoli che mi hanno spinto ad entrare in rete. Ad approfondire l'accesso.
Mi è tornato in mente un film-documentario trasmesso su Raitre, intorno al 1995, in cui si parlava della prima comunità virtuale italiana: Little Italy.
“Benvenuto al server WWW di Little Italy.
Little Italy è un laboratorio vivente per la realizzazione di una società e di un'economia digitali e distribuite.”
Un salto nel passato?
“Little Italy ha uno scopo essenziale: la socializzazione. In questa comunità si svolgono molte attività, tutte improntate alla socializzazione: ricerca di regole di cooperazione, co-costruzione di leggi e di regole, co-costruzione di luoghi, co-gestione di funzionalità regolatrici. Le attività pedagogiche sono limitate a spazi situati in luoghi specifici (sala delle conferenze, università, ecc...). Sono possibili relazioni personali staccate dal contesto di LI (rooms personali).”
In questo film-documentario si descriveva la vita di alcuni studenti. La loro nuova vita virtuale all'interno di Little Italy.
Cosa si prometteva?
Si prometteva una duplice identità.
La possibilità di costruirsi una seconda vita, di affetti, di lavoro e di relazioni, al di fuori di quella reale.
Una nuova casa.
Nuovi amici.
Nuove esperienze.
Una nuova società.
Capitolo IX
—– Nofollow
Dice al robot di non indicizzare la pagina e di non analizzare la pagina alla ricerca di collegamenti.
Tra il business e la controinformazione, tra le news istituzionalizzate e le azioni di cyberprotesta, tra la ricerca del profitto e il rifiuto di una logica di mercato, tra le start-up e i movimenti contro la globalizzazione, tra questi estremi un incerto e sottile percorso personale.
Tra i bagliori e le grida altisonanti, tra le luci fantasmagoriche e invitanti, tra la semplicità del non dover scegliere ma solo accodarsi a scelte già fatte, è difficile preferire percorsi personali.
Esiste una terza via. Come sempre d'altronde. Probabilmente la più impegnativa. L'unica autentica. Quella che passa attraverso noi stessi. Anche online.
Come allora evitare i bagliori e ritrovare ogni giorno la voglia e il desiderio di incamminarsi per un sentiero inesplorato? Come imparare a sottrarsi con intelligenza a frastuoni e luccicanti presentazioni flash per preferire una ricerca autentica?
In una cerimonia in cui mi spoglio dei miei abiti virtuali, rappresentati dai miei strumenti e dalle conoscenze acquisite, nello spirito più vero della condivisione, ritornare nudo.
Anche nel virtuale ci sono cose non dette. Ci sono limiti invalicabili.
C'è il buio.
E allora portare luce anche nella rete.
Inondare questa struttura di luce. Che rischiari anche i luoghi più scuri. Dove una densa oscurità impenetrabile ci riveste.
Affrontare un reality tour del virtuale, una periferia e un suburbio virtuale, dove in piccole case, in piccoli appartamenti si organizzano i traumi quotidiani.
Si stipano le paure di tutti noi. E convivono con noi le solitudini, le paure, le angosce. Profonde.
Di ritrovarsi in un universo senza luce. Soli e insoddisfatti.
Dove piangere non è concesso. Dove non c'è spazio per il pianto.
Non ho teorie da esporre.
Non ho nuove teorie da esporre sul web, sulla sua conformazione, sui suoi modelli.
Non ho icone.
Non ho niente.
Ho solo un rapporto quotidiano con l'accesso, che sperimento da mesi. Che riempie la mia vita. Che riempie i miei impegni.
Uscire da schemi esclusivamente commerciali. Perché?
Non serve allora scrivere un libro.
Basta partecipare a dei gruppi di discussione. Scrivere quotidianamente.
Perché allora un libro?
Perché?
Per rompere degli schemi che sembrano imperare in rete, che prevedono articoli brevi e spensierati, racconti poco dettagliati. Per impormi un impegno di maggior respiro. Un impegno nella costruzione di qualcosa di più complesso.
Spogliarsi anche delle nostre precostruite concezioni politiche. Ammettere la propria sconfitta sul piano personale e sociale.
Difficile abbandonare un'impostazione che vede il controllo al centro di tutto.
Che parte dalla paura di perderlo.
Dalla paura di non essere in grado. Di essere inadeguati. Di essere incapaci. Dalla paura che possiamo essere sorpassati o lasciati indietro. Dalla paura di risultare non aggiornati.
Da tutte queste paure, come sempre, nasce e non può che nascere una concezione e uno stile di vita che vuole controllare.
Tenere sotto controllo i cambiamenti. Controllare quello che esce e quello che entra.
Controllare la nostra vita virtuale e reale. Tenerla sotto controllo.
Dall'altra parte la fiducia e il coraggio. L'apertura. Il non controllo. L'oltrepassare le paure e le fobie per affrontare con coraggio le esperienze quotidiane.
Permettiamo alle cose, reali e virtuali, di accedere.
Permettiamoci dei tempi da dedicare a noi stessi. Anche nel virtuale. Stabiliamo i tempi in cui siamo a disposizione e i tempi in cui siamo in rete per noi stessi.
Dimentichiamoci del virtuale. Come ipermondo. Impariamo ad utilizzarlo come uno strumento. Ad utilizzarlo solo quando è utile. Utilizziamolo con fiducia.
Senza paure.
Senza accumulare ricchezze di informazioni o di strumenti.
Senza attaccamenti.
Come fare?
Come fare a spogliarsi di tutto quello che abbiamo accumulato?
Ricchezze di conoscenze, di esperienze, di strumenti che abbiamo imparato ad utilizzare, di trucchi, di piccoli segreti, di stratagemmi, di scorciatoie.
Come fare a spogliarsi di tutto questo?
ICONE QUOTIDIANE
DI GIORGIO VIALI
LIBRO
DATA: OTTOBRE 2000
ARCHIVIO TESTI