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ICONE QUOTIDIANE

DI GIORGIO VIALI

LIBRO

DATA: OTTOBRE 2000

ARCHIVIO TESTI


TITOLO: ICONE QUOTIDIANE

AUTORE: GIORGIO VIALI

—– Release Info:

[ Tipo ......................................... Libro ]

[ Titolo ............................ Icone quotidiane ]

[ Scritto da .......................... Giorgio Viali ]

[ Data di rilascio ......................... 11 ott 2000 ]

—– Indice:

[ Prefazione ......................................... ]

[ Capitolo I ....................... Brusco risveglio ]

[ Capitolo II .............. Rendering delle emozioni ]

[ Capitolo III ......................... Iconoclastie ]

[ Capitolo IV ................... Effetti collaterali ]

[ Capitolo V ............................. Asincronie ]

[ Capitolo VI ....... FAQ (Frequently Asked Questions) ]

[ Capitolo VII ................ Pausa d'introspezione ]

[ Capitolo VIII ................................ Live ]

[ Capitolo IX .............................. Nofollow ]

[ Capitolo X ..................... Riciclare le icone ]

—– Prefazione

Il virtuale non esiste.
Non c'è alcun cyberspazio.
La rete non esiste.
Smettiamola di costringere in categorie e icone confortevoli i sentimenti, le emozioni, i battiti e le pulsazioni che la popolano: le paure, le incomprensioni, le diffidenze e le difficoltà.
Desistiamo dal volerle capire, dal voler dare loro una rassicurante definizione, positiva o negativa che sia.

Ringraziamenti:

Ringrazio il professor Gianni Degli Antoni per la sua disponibilità al dialogo, Arturo Di Corinto e Rosanna De Rosa.

Capitolo I
—– Brusco risveglio

“Technology should be assumed guilty until proven innocent.”
Jerry Mander

Nel virtuale credevamo di trovare un rifugio, una dimora accogliente, una “Casa dolce casa”. Non è stato così.
L'universo virtuale ci ha illuminato con i bagliori di un luna park e di una discoteca alla moda. E poi ci ha lasciato soli e indifesi, ai margini di uno spettacolo finito, con la bocca amara di parole e sogni.
Difficile ora passare dalla globalizzazione al più incerto sentimento e impegno locale. Doloroso.
Siamo pronti a tornare? O non vogliamo saperne di abbandonare questo territorio? Tutte le scuse sono buone pur di continuare ad abitarlo? Pur di continuare a assaporare il potere di arrivare dovunque, comunque, indipendentemente da qualsiasi entità?

È come pagare un biglietto d'ingresso per poter poi utilizzare liberamente tutte le giostre del parco giochi.
Internet è identica.
Ci dimentichiamo spesso che abbiamo pagato per entrare, che paghiamo ogni volta che entriamo.
Ma fingiamo di stupirci ogni volta che riusciamo a procurarci qualcosa di “gratuito”. Abbiamo già pagato!
Paghiamo comunque un prezzo d'entrata, un prezzo che ci assicura ore o giornate di utilizzo di tutti i divertimenti del parco.

Internet è uno strumento potente, potente anche nella sua capacità di distanziarci da noi stessi.

Tutto è apparentemente a portata di mano. Tutto possiamo avere.
In cambio paghiamo con il nostro tempo, la nostra attenzione, l'uso di un computer e di un sistema di comunicazione.

Tra bazar e cattedrali virtuali, in una vita acquistata in leasing, gestita in outsourcing, in un'informazione che diventa intrattenimento.
Senza più cultura.

Un'esistenza sempre più ai limiti della povertà, meno sicura e affidabile di quella cui finora siamo stati abituati.
Relazioni multiple, lavori multipli e contemporanei.

Nessuno ci toglierà la nostra connessione. Quella ci sarà garantita vita natural durante. Ci seguirà comunque. Servirà per lavorare, servirà per stabilire come e cosa consumiamo, servirà alle aziende per controllarci. Facciamo parte del loro patrimonio. Riportare e rilevare le nostre abitudini, registrare e definire i limiti della nostra sopportabilità, la nostra capacità di adattamento.

Illudersi ogni volta nuovamente che le cose possano cambiare, che la tecnologia di turno possa sovvertire le strutture e le icone di potere e di violenza attuali.

Illusione della fine del lavoro, della scoperta di un metodo per rendere la società migliore, più equa, più giusta. Illusioni di inizio millennio.
Spiacevole ammetterlo, nulla è cambiato.

Qualcuno di noi ha iniziato a giocare con nuovi strumenti. Ha iniziato a giocarci, a imparare come funzionano. Se ne è innamorato. Ed ad oggi è in grado di maneggiarli con precisione e accuratezza, a volte come un bisturi, a volte come un microscopio, a volte come un libro.
Abbiamo imparato a muoverci in questo nuovo ambiente, a conoscerlo, ad apprezzarlo, ad abitare la rete.
Alternativa a tratti, irriverente, sovversiva, mutante.
Ma abbiamo ben presente, e la nostra età ce lo rammenta, quanto poi difficile siano effettivamente i cambiamenti.

Nello spazio della disillusione mi aspetto che le persone possano raccogliere grandi frutti per se stessi, per la qualità della loro vita.

Che sappiamo dove procurarci il pensabile e l'impensabile, che sappiamo dove cercare informazioni che ci incuriosiscono, come creare informazioni; questo non cambia molto le cose.
Il lavoro minorile, lo sfruttamento, l'ingiustizia, la disuguaglianza non ne risentono. La nostra capacità di dilettarci con un giocattolo proteiforme non aiuta.

La nostra società tende come sempre a confinarci in un ambiente ludico. E con Internet ci riesce in maniera egregia. Siamo stati catapultati in un universo ludico virtuale e artificiale. Nessuno dovrà ora preoccuparsi del nostro eventuale raggiungimento di un'ancora più lontana maturità.

Nelle pieghe della rete, nelle zone d'ombra dove le scenografie all'improvviso finiscono, si riescono ad intravedere territori sovrappopolati. La solitudine, la ricerca disperata di relazioni, la ricerca di qualcuno con cui parlare. Con cui condividere qualcosa.
Nelle pieghe della rete si intravedono delle piccole imperfezioni. Stiamo popolando uno spazio virtuale, una metropoli virtuale dove il dolore, la solitudine, l'incertezza, la precarietà regnano sovrane.
Solo che, volendo, possiamo permetterci di far finta che sia sempre domenica, che sia sempre festa, e continuare regolarmente a visitare gli ordinati e puliti portali d'informazione e di news. Dove siamo sicuri di trovare sempre il nostro oroscopo aggiornato e notizie fresche di stampa, da sorseggiare con tranquillità e con sicurezza.

Animali da macello. Curati. Controllati. Accuditi.
Tutelati (vedi tutela della privacy).
Ma merce. Merce di scambio. Oggetti di scambio. Inesorabilmente.

La tanto osannata comunicazione nel netmedia non esiste. È un'invenzione.
L'aspetto passivo della lettura, dell'osservazione, del guardare è di gran lunga il più importante. Comunicare è tutt'altra cosa dall'accedere alla rete.

La storia è sempre stata una storia di accessi consentiti o negati. Le modalità dell'accesso all'informazione si modificano. Nuovi strumenti di produzione e di scambio dell'informazione hanno consentito l'accesso a un maggior numero di persone. La rete consente un accesso a molte più persone ancora. Ma è un accesso virtuale.

Knowledge workers.
Lavoratori della conoscenza?
Si tratta in realtà semplicemente di un lavoro di assemblaggio. Questo descrive correttamente la nostra nuova modalità di produzione.
Non siamo fisicamente in una catena di montaggio. Ma in una catena virtuale di assemblaggio. E se il nostro lavoro fosse solo un lavoro di traduzione potrebbe avere una sua dignità. Invece ha a che vedere con una ricerca delle informazioni e poi con un lavoro di copia e incolla.
Knowledge workers. Bello il termine indubbiamente. Ma attenzione al contenuto. Nella maggior parte dei casi nasconde semplici operazioni di assemblaggio. In una fabbrica virtuale che ha orari, regole precise, divise talvolta. Divise. Virtuali anche queste.

Pronti per l'ennesima trasformazione virtuale?
Siamo pronti a trasformarci ancora una volta, da attori ormai consumati, in profondi sostenitori delle proprietà salvifiche della rete, di Internet. E come fare altrimenti con chi arriva ora? Cosa raccontare a queste persone? Ci vorrebbe tempo. Tempo e voglia. Per condurli passo passo a conoscere i morti e i perdenti di questa battaglia, di questa guerra dell'informazione. Non ci sono infermiere virtuali. E la morte, proprio perché virtuale, non ha bisogno di becchini.

Ma anche un mondo virtuale, artificiale, un luogo di divertimenti alla lunga stanca, genera tensione, genera risentimento. Come sempre, una mattina ci si sveglia e si decide di andare a divertirsi e si scopre che al mattino ci sono solo le persone che puliscono il parco. Gli addetti alle pulizie, che lavorano alacremente per presentare il parco pulito e irreale, per garantirci un altro giorno di infanzia.

Capitolo II
—– Rendering delle emozioni

“Even if you are using a perfect network of remailers, you can still be tracked.”

Le emozioni sono sempre rintracciabili. Si trasformano. A volte in traumi psicologici, altre volte in malattie. Lasciano sempre un segno, delle tracce.
(Rendering: termine inglese che indica la rappresentazione e l'ombreggiatura di un oggetto virtuale).

Ci sono paure?
Nel mio rapporto con la virtualità?

Le paure si innestano, crescono e si nutrono con qualsiasi cosa venga loro vicino. Sanno riprodursi velocemente e viaggiano a velocità di due megabit al secondo. Una larghezza di banda sufficiente per qualsiasi programma multimediale.

Quali sono le mie paure? Le mie paure legate al virtuale?
Ho paura di rimanere escluso da questo nuovo modello comunicativo.
Ho paura di non saperlo usare correttamente.
Ho paura di non essere aggiornato.
Ho paura di non risultare al corrente delle ultime novità, degli ultimi servizi, di non conoscere come ottenere qualcosa, di non saper dove cercarlo. Dove o come cercarlo.

Ho paura di non essere un protagonista, un attore. Di dover essere sempre e comunque uno spettatore.

A tratti ho paura ad ammettere che gran parte di quello che trovo su Internet non è essenziale. È superfluo. Non fa parte di quello di cui necessito. È un surplus.
Paura di ammettere che l'85% della popolazione mondiale non ha mai utilizzato Internet.
Paura di dover ammettere di essere, ancora una volta, privilegiato. Di poter disporre e occuparmi di qualcosa che non è essenziale.
Ho paura di dover ammettere di buttar via del tempo. Di sprecare a volte ore ed ore a gironzolare qua e là senza meta, in un peregrinare senza limiti e senza senso.
Solo per monitorare i cambiamenti, per tenere d'occhio la bestia, per osservarla nel suo crescere.

Un'ansia profonda e un'incertezza tutt'altro che virtuale irrompe a tratti e mi invade. Un senso profondo di angoscia. Di incertezza. Sul futuro e sul prossimo e immediato presente. Sulla necessità di porre in essere un impegno. Ma non sapere per quale impegno spendere parte delle proprie energie. Non saper decidere, non sapere quale sia la scelta migliore.

La rete. Inutile! Ogni volta che devo parlarne una chiara e forte vibrazione mi scuote in profondità. Questo ambiente di vita cattura la mia immaginazione e i miei sentimenti.
C'è il desiderio di abitare indefinitamente in questo ambiente, di operare affinché al suo interno si creino delle zone di autentica comunicazione.

Abbiamo investito in questo ambiente una carica emotiva così grande che difficilmente riusciamo ora a staccarcene.
La rete come simbolo di un nuovo mondo, la rete come nuove opportunità di sviluppo, la rete come luogo di una democrazia possibile e di un mondo dove la povertà non esiste.
Da dove nasce questo nostro profondo attaccamento? O forse più correttamente: quanto eravamo soli e insoddisfatti per aver bisogno di investire emozioni e sentimenti tanto potenti e forti?

Amo questo ambiente. Lo amo profondamente.
Ho investito pesantemente in questo ambiente.
Ho investito tempo, emozioni e parte della mia vita.
Ho investito tutte queste cose con convinzione.

Ho paura.
Ho paura che la rete possa modificare la mia vita?
No. Non solo. Non è questo che mi spaventa. Sono abituato ai cambiamenti.
Ho paura che la rete mi obblighi a prendere delle decisioni che regolarmente preferisco non prendere.
La rete mi dà più potere e maggiore responsabilità. Mi permette di scegliere. Mi permette non solo di schierarmi, ma mi permette di imparare. Imparare a crescere. Imparare ad entrare in contatto. Imparare ad aiutare. A non nascondermi.

E dall'altra parte la rabbia, l'angoscia, l'insoddisfazione di un circuito vizioso. Un girare intorno senza meta. Un visitare le solite cose. E un rimanere intrappolato in abitudini acquisite. In un gioco conosciuto. E non volerne uscire. Per non incontrare ancora l'angoscia, l'insoddisfazione, la paura che governano anche questa virtualità.

In questo mare in cui ci muoviamo è facile lasciarsi andare alla deriva. In questo ambiente simile al mare, alle sue onde, lasciarsi trasportare sembra un destino inevitabile.
Ogni giorno il disertare gli impegni, il rinunciare alle fatiche sembra allettante. L'abbandonare i progetti alla deriva del mare, lasciare che sia lui a occuparsi delle nostre idee, dei nostri pensieri, dei nostri obiettivi sembra sempre più la soluzione migliore. Abbandonarsi. Arrendersi. Alla forza potente dell'ambiente, della natura, della cybernatura. È dolce questo non remare. Questo farsi trasportare. Questa rinuncia cosciente e volontaria a qualsiasi impegno, rotta o direzione.

Voglia anche di piangere. Profondamente inondare i propri occhi di lacrime liberatrici.
Questo nuovo ambiente è fonte inesauribile di comportamenti automatici che mettiamo in atto inconsapevolmente.
Piangere. E liberarsi di un rumore insistente di fondo che non siamo più in grado di reggere. Di un'intensità che non ci appartiene, che ci trasforma in meccanismi e nasconde il nostro lato umano.

Voglia di rompere. Di rompere con questo falso legame. Con questa catena virtuale. Che mi divide, mi duplica, mi clona incessantemente. In una duplicità di sensazioni, emozioni, riflessioni, che contemporaneamente sono sbagliate e giuste. Sono a tratti giuste e a tratti falsamente interpretabili.
Abbiamo accettato di duplicarci. Di clonare il nostro io entrando in questo territorio. Ma come fare ora a sopravvivere a questa impossibile lontananza da ciascuno dei nostri io? Come interagire con noi stessi? Dove ritrovare e come ricombinare gli elementi sezionati, infranti, disseminati nel cyberspazio e nella realtà? Come e dove raccogliere e ordinare il tutto? Condannati a una vita divisa. Schizofrenica. Precaria.
Incapaci di definire il rapporto che ci lega con il nostro io e la nostra sempre più improbabile socialità.
Il pensiero è stato frammentato. Distrutto. Polverizzato. Mercificato. È definitivamente inutilizzabile. Out of service.

Capitolo III
—– Iconoclastie

“Stinky INPEG bums, get out of here. We hate you. The Czech workers and miners hate you too. Go to your mums and never come back again. Every Czech hates you, bastards.”
prague2000cz

Sentimenti ed espressioni di insofferenza, di incomprensione, di negazione, di ideologia pura o di cruda sovversione.

Sono a tratti insofferente. Per ogni tipo di regola. Per ogni tipo di convenzione. Mi irritano. Come mi irritano le persone che si ergono a difesa dei diritti degli indifesi. E lo fanno con tracotanza, senza conoscere e apprezzare l'umiltà richiesta da questo tipo di lavoro.
Nella rete a volte mi imbatto in considerazioni e giudizi pesanti. Scopro critiche taglienti e giudizi altrettanto taglienti. Mi soffermo e mi incuriosisco. Mi stupisco sempre della possibilità che la rete ci offre di essere irriverenti, di essere offensivi, ideologici, parziali.

La rete non esiste. La rete non è mai esistita. La rete è un'icona.

Una cultura delle icone, dei simboli, dei martiri. Così si sta sviluppando la tecnologia. Quando si sviluppa senza una corretta coscienza tecnologica. Uno strumento potentissimo. Intrinsecamente autoritario. Il potere appunto delle icone.

Non sopporto i luoghi chiusi. Le divise. Le corporazioni. Gli ambienti di lavoro pubblici. I comuni. La rete, le reti mi permettono di scaricare la mia rabbia sugli altri.

Indymedia Italia.
Un'esperienza sbucciata. Spuntata.
Una réclame istituzionale della proliferazione delle clonazioni. Uno schiaffo all'indipendenza, ai percorsi autonomi e alla ricerca personale e locale.
Mi scuso se non dovesse essere così. Questo è quello che mi pare di capire.

Uno stimolo a smontare quell'esperimento e rimontarlo.
La rete dovrebbe averci insegnato che i ruoli sono fluidi. Dovrebbe esserci la possibilità di modificare velocemente struttura, pelle, consistenza.
La velocità in questo tipo di cambiamento è essenziale. Altrimenti ci si ingessa in soluzioni che diventano insopportabili. Un elogio della velocità ed insieme un elogio della lentezza. Lentezza nella riflessione, nel pensiero, che è e rimane analogico. Velocità nel togliersi dalle scatole nel momento in cui siamo fuori luogo. O nel dichiarare chiuso un periodo e un tentativo.

Stop cyber.
Basta! Non lo sopporto più.
Sto maturando un'allergia potente verso questa parola.
La prima cosa che ho pubblicato online si intitolava Cybma. Una contrazione di cyber e mantra o manifesto a seconda dei casi.
Pensavo di intitolare anche questo libro Cyber-*. Ci ho ripensato.
Cos'è questo cyber? Questo cyberspazio? Che qualcuno si è inventato come un bosco incantato dove si nascondono le fate e i folletti. Non esiste alcun cyberspazio.

L'ho detto. Finalmente l'ho detto.
Non esiste alcun cyberspazio. Nessun universo virtuale.
Ci sono gli uomini, la loro ricerca di una vita migliore e gli strumenti che producono.
Nessun cyberspazio all'orizzonte. Bene, allora posso decidermi ad uscire e riprendere tranquillamente a camminare e a muovermi.
Pericolo scampato.

In natura gli animali predatori sono soliti aggredire e sopprimere gli organismi e gli animali più deboli: quelli più giovani o più vecchi, quelli ammalati o privi di un ruolo specifico all'interno di un gruppo.
I movimenti internazionali di protesta nati a Seattle si muovono con la stessa logica. Condividono con gli animali di cui sopra gli obiettivi e le strategie, favorendo quella che si chiama, con un pizzico di eufemismo, selezione naturale.
Come collocarsi tra i grandi mammiferi, i predatori di vario genere, all'interno di questo ecosistema complesso e variegato?
Non è facile. È difficile.
Rimane sempre poi l'attenzione e la curiosità mediatica di seguire “live” gli appostamenti, gli agguati, il sangue dell'animale aggredito, il fallimento o la riuscita della caccia. Da non perdere.
L'interessante invece è incunearsi tra i due schieramenti, ricoprire il ruolo dei media, asettici e spettatori di quello che accade, imparziali. In mezzo. Per fare informazione.

Praga. Uno scontro che a mio avviso ha soprattutto una valenza funzionale, metaforica.
Aggiungere un'icona a quelle preesistenti che comprendono Seattle, Davos, Genova, Bologna, Melbourne. Icone. Ognuna con un proprio colore e con un proprio bollettino di vittorie e sconfitte. Come le medaglie sulla divisa di qualche ufficiale.

Ennesimo e potente simbolo del nuovo capitalismo, la rete si è trasformata in un enorme centro commerciale. Uno shopping mall universale. L'entrata, inutile dirlo, è gratuita. E nessuno si meraviglia che lo sia.
Un centro commerciale è costruito appositamente per attrarre visitatori.
L'alta concentrazione di negozi al suo interno assicura che i visitatori spendano comunque.

Capitolo IV
—– Effetti collaterali

“We regard the Internet as the next utility. Just as you now expect to have water and electricity in a house, in the 21st century the Internet will be just another utility that gets people through the day.”
Rob Sprenger

La rete dovrebbe essere somministrata solo sotto il diretto controllo di uno cyber-psicologo. Non si dovrebbe mai interromperne improvvisamente la somministrazione.
Gli effetti collaterali della somministrazione sono di vario tipo e varia intensità.
I disturbi frequenti, sia all'esordio che durante il decorso della malattia, presentano entità assai variabile.

Non sono più in grado di spingere. Preferisco stendermi ed attendere, lasciare che tutto scorra. Che tutto passi. Assistere, passivamente. Assecondare l'inerzia.
E al di là di un'icona, un mondo in movimento frenetico. Un'infinità di notizie. Un'infinità di percorsi possibili. Un'infinità di possibili esperienze. Un'infinità di possibili incontri. Un'infinità di possibili scelte.
Scegliere in Internet è un'attività che spesso passa inosservata. Cliccare su un link rappresenta una scelta. Visitare un sito rappresenta una scelta. Preferire un sito ad un altro ci rappresenta. Ci simula. Ci riflette. Dove andremo a specchiarci oggi? Su quale sito? Su quale portale?

Sento l'onnipotenza che il virtuale mi concede. Il potere di cercare, di rintracciare, di scavare nel passato, negli sgabuzzini, nei ripostigli, nell'immondizia delle news archiviate e in decomposizione.
Il potere di contattare qualsiasi persona di cui io abbia l'email. Di poter entrare in contatto.
Questo potere me lo concede anche il telefono. Ma l'email mi permette una modalità virtuale di contatto, dove la mia voce non entra direttamente in gioco, dove la lontananza è maggiore e il distacco accentuato.
Questa distanza mi protegge. Mi rassicura. Mi ripara.

Un hacker dell'informazione. Un hacker di nuova generazione. Dell'infoware.
Che non si sporca con i codici e con linguaggi di programmazione. Il genio del male allo stato puro, pronto a incunearsi nelle piccole zone d'ombra che inevitabilmente ogni azione umana lascia dietro di sé.
Sì, perché con le email e con il web, con la capacità di formulare le domande esatte e con la capacità di guardare nel posto giusto, tutto si apre incantevolmente ai nostri occhi.
L'universo è completamente in nostro potere. Tutto è sotto il nostro controllo. Siamo onnipotenti. Onniveggenti. Tutto possiamo. Tutto possiamo raggiungere ed ottenere.
E allora perché non prenderci gioco degli strumenti tradizionali ed istituzionali delle fonti informative?

Vorrei poter accedere a tutte le informazioni possibili e immaginabili. Entrare ovunque e accedere a tutto quello che è dato. Che è immagine. Che è video.
Entrare dappertutto. Poter essere connesso in tempo reale a tutto. Sempre e comunque. Possedere quest'interfaccia interiormente. Non dover azionare dei meccanismi esterni. Accedere e basta. Essere sempre e comunque. Una vita potente. Possente. Una connessione ininterrotta.

Dove andare a sbattere la testa?
Imboscarsi in qualche download di file o incunearsi in qualche ricerca estrema e voyeuristica dentro un motore di ricerca.
Meglio che attendere il tempo necessario per il download di un pensiero autonomo. Meglio dell'impegno necessario per crackare un'ideologia.
E allora vai col find. Dentro i motori di ricerca. O con programmi sempre più specializzati in compiti atomici e nucleari.
Il nucleare? Non volevamo abolirlo? Non c'è solo una cultura, reale, fisica, del nucleare. Ci sono strumenti di analisi nucleare e scissione nucleare dell'informazione.
Generano potenti ondate di energie ed emozioni. Stimolano la lettura e rimpinguano i portafogli degli editori. Hanno però molte controindicazioni.

La nostra insoddisfazione nella nostra esperienza online si riflette concretamente nel nostro stato d'animo, nella nostra capacità di attenzione, nella nostra capacità di relazionarci con gli altri.
La passività, reale o virtuale che sia, genera traumi. Insoddisfazioni. Accresce le paure.

Un aumento del rumore e dei contatti a cui siamo sottoposti. Fra alcune decine di anni i nostri nipoti vedranno sempre meno stelle nel cielo, causa una sempre maggiore luce presente nelle nostre città. Un maggiore inquinamento luminoso.
Saranno sottoposti anche a un maggiore inquinamento da informazione, che impedirà loro, sempre più, di trovare del tempo per ascoltare se stessi.

L'accelerazione con cui entriamo nella rete è sorprendente. Una volta entrati rimaniamo sospesi nel vuoto e percorriamo con lo sguardo l'orizzonte.
Compiamo manovre e azioni che avevamo solo sognato. Un avvitamento, un doppio looping, un'imbardata laterale prima di uscire, di sconnettersi.
Un'altra giornata da top gun.

La nostra insofferenza verso i rapporti personali, verso la comunicazione, le difficoltà insite al suo interno, l'inerzia da evitare.
Questa nostra avversione si palesa chiaramente quando decidiamo quali strumenti di ricerca adottare.
Si palesa nella nostra completa fiducia negli strumenti automatizzati, nei meccanismi, negli automatismi. Come ad esempio i motori di ricerca. Affidabili e potenti. Sicuri e fedeli. Soprattutto, non umani.

Leggere, leggere, leggere e ancora leggere.
Riempirsi di inutilità al solo scopo di esplodere.
Incapacità di fermarsi.
Incapacità di accorgersi della saturazione ormai vicina.
Siamo senza dispositivi di autoregolamentazione. Incapaci di smettere.
Come bambini che continuano a mangiare fino a riempirsi e a vomitare. Insopportabili.
Siamo tutti degli amanti e ricercatori appassionati di notizie. Voyeur dell'ultima notizia.
Come chiamarla? Questa controindicazione?
Newsfilia?
Niente a che vedere con la pedofilia, naturalmente.

Capitolo V
—– Asincronie

“Not the number of users, but the time spent on the Web, determines how successful a nation is in using the advantages of the Internet.”
John Gantz

Messaggi che ci giungono, diversi da quelli usuali. Sembrano a prima vista incongrui, provocatori. Ci incuriosiscono. Ci stupiscono.

Attenzione!
Materiale altamente deperibile.
Materiale altamente inquinante.
Non biodegradabile.
Ad alto contenuto di elementi tossici.
Leggere attentamente la data di scadenza sul retro della confezione.
Tenere lontano dalla portata dei bambini.

C'è un presente anche online. È il momento in cui leggiamo l'informazione. Una volta letta, l'informazione diventa obsoleta, passata. Spazzatura. Immondizia.

Il momento in cui leggiamo un'informazione online rappresenta il nostro presente.
Ci giochiamo tutto in quegli attimi. In come leggiamo. In quanto leggiamo. In quali sono le informazioni che leggiamo. In quali sono le nostre reazioni alle notizie.
Il nostro presente in rete è rappresentato da quello che stiamo facendo.
C'è un attimo fuggente anche online. E non è virtuale. È reale.
Sta a noi decidere come utilizzare quegli attimi. Se semplicemente come consumatori, consumando avidamente news e news, o come lettori attivi, che interagiscono con le notizie. Come attori, persone che costruiscono qualcosa online, che diventano agenti, faber virtuali del loro destino.
Ma come essere attori, agenti nel virtuale?

Si può decidere di pubblicare online le foto delle proprie vacanze. Si può decidere di pubblicare online i propri pensieri, le proprie riflessioni, oppure l'impegno.
Nell'evidenziare le forze inerziali, le aperture che si riescono a intravedere o realizzare in un tessuto, in una trama densa e spessa.

Una cooperativa che si occupi di riciclare le informazioni inutilizzate. Di rifarle circolare. Di generare del valore aggiunto dagli scarti e dagli avanzi di una società opulenta. Possibile?

In Internet i contenuti sono mutevoli. Non si è sicuri di poter ritrovare quello che abbiamo appena letto.
C'è una precarietà di fondo che assomiglia molto alla realtà della vita e alla sua mutevolezza.

“If you are so against econ. globalization, then why do you use the net? Huh? I mean, the net is one of the greatest products of econ. globalization!! Please, wake up and stop your insanity, because it isn't going to work!”

“Orari sfalsati, flessibilità ad oltranza, tempo parziale, impiego mobile del tempo, utilizzo del lavoro interinale fino al 30% o addirittura al 40% degli effettivi, bassi salari, gerarchia opprimente, fanno parte del quotidiano di buona parte di questa truppa della 'nuova economia'.
La concentrazione – per motivi di redditività e di economie di scala – di centinaia di salariati nel medesimo sito, allineati in sale immense, con il casco fissato alle orecchie e il naso incollato allo schermo del loro computer accentua il carattere opprimente di queste fabbriche del terziario dei tempi moderni.”
Le Monde Diplomatique – Maggio 2000

“The extraordinary security measures in Prague are indicative of the increased surveillance and repression of activists worldwide, as law enforcement agencies cooperate to combat a new, increasingly mobile army of dissent.”
Sarah Ferguson

Informazioni cresciute velocemente grazie a concimi chimici e in tempi rapidi. Per esigenze commerciali.
Informazioni brevi. Leggibili.
Come per la buccia dei pomodori.
Informazioni facilmente deperibili.
Con un tempo di vita medio di poche ore.

Capitolo VI
—– FAQ (Frequently Asked Questions)

“A FAQ (rhymes with 'back') is a collection of the questions our users ask most often, and their answers.
This is a great place to start looking for the solution to any trouble you're encountering.”

Cosa vogliamo?
Cosa cerchiamo nel virtuale?

Come possiamo organizzare la nostra vita online?
Quali percorsi scegliere?
Quali fonti informative privilegiare?

Perché siamo online?
Perché rinunciamo a una parte di vita reale per abitare un universo virtuale?

A cosa ci serve quest'informazione?
Che tipo di informazione ci serve?
Chi gestisce l'informazione online?

Quali sono le scelte significative nella nostra esperienza virtuale?
Ci sono scelte che ci sono ancora concesse?
Quali?
Se scaricare una canzone di Madonna o una dei Metallica?
Se leggere le news sulla CNN o su Repubblica?
Se preferire Explorer o Netscape o Opera?
Quali giochi scaricare?
Quali programmi vale la pena di crackare?
Sono forse queste le scelte che ci sono concesse?

Com'è il nostro rapporto con il virtuale?

In un mondo fatto di icone.
Diventare un'icona?
Una maschera. Una metafora.
Un personaggio.
Recitare una parte?
Simulare con convinzione?
Oppure?

Perché allora non fare il giullare?
Raccontare le curiosità, le amenità della rete.
Le stranezze, le novità?

Potrei mai rinunciare a tutta questa tecnologia?
Potrei mai rinunciare alla rete?

Internet ci ha trasformato in “Nuovi consumatori”?
Consumatori di news, di informazioni, di servizi gratuiti, ...
Come interagire con questa “nuova merce”?
Come spendere il nostro tempo e la nostra attenzione in questo nuovo ambiente?

Quali utopie si nascondono all'interno della rete?
Quali mitologie vale la pena di contestare?

Come sviluppare in rete una “nuova comunicazione”?

La rete è ancora uno strumento possibile per operare alternative?
Come dovrebbero organizzarsi per sopravvivere in Internet?

Globalizzazione.
Cos'è? Cosa significa?
Per modificare cosa? Per sovvertire quali poteri?
Per quale politica?

Come si svilupperà nei prossimi anni la rete?
Quali nuovi spazi si apriranno?

Che fare?
Distruggere la rete?
Sabotarla? Minarne il funzionamento alle basi?
Quali altre alternative abbiamo?

È possibile un'esistenza analogica nell'ambiente virtuale?

“If you cannot find the answers to your questions in these FAQs, please see the Technical Support Pages for other ways to find your answers.”

Capitolo VII
—– Pausa d'introspezione

“Be coherent (and be 'hard', man: real seekers are quite concentrated fellows) write down your target and go for it (and NOTHING else until you find it!)”
Fravia

Bisogna spingere la nostra capacità di introspezione in profondità. Utilizzare tutti i possibili strumenti e le possibili tecniche per mettersi in pausa ed approfondire le nostre modalità di comportamento.

“Devote a minimum of 30 minutes and a maximum of 60 to your search session, that's the best time range IMO, less isn't enough and more bores. Remember also that real queries are made in phases: phase one is 'broad', after a while (say a week, you must first digest and understand what you found) you go for a more concentrated approach, and then, last phase, you really find what you wanted (after having perused the newsgroups and searched the archies).”
Fravia

Ripensare a come è iniziata la nostra esperienza virtuale, ai primi momenti. A cosa ci ha spinto ad entrare, a provare.
Cercare di evidenziare se nell'entrare ci siamo portati emozioni, paure, aspettative. Verificare quali erano. Verificare come si sono trasformate queste emozioni.

Adottare le tecniche di rebirthing.

“Nata in California negli anni Settanta a opera di Leonard Orr, questa tecnica si propone di far rivivere (da qui il termine rebirthing, che in inglese vuol dire rinascita) il momento traumatico della nascita e di superarlo per accrescere la propria consapevolezza e imparare a convivere con le proprie emozioni.”

Rivivere i traumi della nostra nascita virtuale. Possibile?

Moderare la velocità virtuale. Imparare a eludere gli stimoli all'accelerazione.
Almeno fino a quando non riusciremo a reggere una velocità maggiore.

Limitarne l'uso.

È un alimento molto raffinato. Non contiene proteine. Non contiene carboidrati. È solo un dolcificante. Uno zucchero. Molto raffinato. Bisogna limitarne l'uso.

Bisogna adottare una velocità di utilizzo minore. Imparare a muoversi con una velocità minore, con lentezza.
I cortocircuiti sono frequenti e possibili. Generano sofferenze. Traumi.

Deframmentare.
Impostare una periodica e costante deframmentazione onirica. Prevedere il tempo per dormire. Sufficientemente.
“L'Utilità di deframmentazione dischi riorganizza i file, i programmi e lo spazio non utilizzato sul disco rigido del computer in uso, in modo da velocizzare l'esecuzione dei programmi e l'apertura dei file. A una maggiore frammentazione del volume corrisponde una peggiore qualità delle prestazioni del computer in termini di input/output dei file.”

Sedersi. Piedi a terra. Fare le radici. Radicarsi. E poi chiedersi cosa ci interessa. Adoperare questo strumento potente per creare percorsi non di business, né alternativi, ma personali, umani e univoci.

Porsi con distacco di fronte alla nostra attività online e guardarla dal di fuori. Fermarsi a pensare a cosa facciamo quando siamo online. Chiederci che cosa cerchiamo online?
Non barare.
Acquisire maggior sicurezza, per non agire solo in base alle paure, ma in base a autentici desideri e speranze.

Provare a utilizzare tecniche e strategie di hacking per entrare in se stessi.
Metterci l'impegno e la tenacia che utilizziamo per quell'attività. Un routing del dolore. Un ping delle emozioni. Per verificare direttamente le zone attive. Per individuare le matrici.

“Brain. And hands. Brain for thinking, hands for typing. And believe me or not, I'm not gonna explain =P. Besides, all the sources are in front of you. They're not crypted in any way. Explore them and learn if you really want to.”
Ivanopulo

Decostruire richiederà molto tempo. Non per il gusto cinico di distruggere quello che è stato costruito, ma per riprendere le redini della nostra vita. Riconsiderare le cose reali e presenti. Riordinare il tutto. Riprendersi dalle visioni. Riprendere fiato.
Ricominciare a respirare l'ossigeno reale e assaporare ritmi e frequenze più alla nostra portata.

Sciogliere i blocchi, permettere all'energia di scorrere liberamente e di fluire dalle mani come vibrazione terapeutica.
Ne deriva un maggior vigore fisico, una migliore resistenza alle malattie, oltre che una migliore predisposizione positiva che combatte efficacemente ansie e stress.

Capitolo VIII
—– Live

Sono seduto davanti al computer. Tastiera ben posizionata per una scrittura comoda.
Piedi a terra. Entrambi.
Schiena diritta.
Eccomi pronto per fare domande, per ottenere le risposte.

Come vorrei questo libro?
Intelligente?
Forse non è la cosa più importante.
Come vorrei questo libro?
Autentico?
Autentico. Non simulato, non finto, non costruito. Che possa raccontare un percorso.

Perché scrivo questo libro?
Per uscire dall'isolamento.
Vorrei fosse l'occasione per aprire dei dialoghi.
Vorrei fosse l'occasione per condividere con altri situazioni e sensazioni.

C'è un grande senso di impotenza nel rapporto che vivo quotidianamente con l'accesso.
Impotenza.
E un pizzico di rassegnazione.
E alcune convinzioni che si irrobustiscono.
La convinzione che niente in realtà sia cambiato, che non ci sia niente di nuovo, che siano cambiate le modalità dell'accesso. Solo le modalità.
Che tutto il resto sia immutato, che, come accade nella storia umana che conosco, a volte cambino delle modalità, ci siano inevitabilmente dei cambi di ruolo. Ma la sostanza non si trasforma.
La convinzione che come in tutti i momenti di trasformazione sia necessario fare molta attenzione alle scelte che si operano. Non fidarsi di quello che “si dice” o di quello che si legge. Ma chiedersi interiormente quale sia la scelta migliore, quale sia la scelta corretta.
La risposta verrà. Basta aver voglia di ascoltarla.

L'accesso?
È importante?
Non è importante.
È importante come lo si usa.

Perché accedo alla rete?
Perché mi connetto?
Perché la rete è uno specchio del mondo reale. Mi permette di rendere ancora più virtuale e più lontano il mio rapporto con la realtà. Di nascondermi ancora più in profondità.
Ma allo stesso tempo crea delle zone di disconnessione.
Il momento del passaggio apre delle possibilità di riflessione.
Apre una zona d'ombra, una zona che bisogna attraversare obbligatoriamente per accedere, che è la zona, la fase della scelta.
Scegliere di connettersi. Riapre dunque delle possibilità più profonde. Quelle delle scelte. E fare scelte è comunque un momento importante. Quando si impara a farle, si impara a sbagliare. E prima o poi anche a fare quelle giuste.

Come utilizzare al meglio la rete?
Per garantirsi una vita con più spazi personali.
Per limitare gli spostamenti per motivi di lavoro.
Per consentirci la creazione di comunità di interesse slegate dalla vicinanza fisica.
Per ottimizzare i consumi ed evitare gli sprechi.

Imparare a fare le domande. E cercare di ottenere delle risposte.
Non lasciarsi trasportare da un sito all'altro inconsapevolmente.
Fare domande. Innanzi tutto fare domande. Anche nel nostro rapporto con le news.

Qual è attualmente il mio rapporto con le news?
È un rapporto strano. Succube.
Alla ricerca di essere sempre informati.
Da dove nasce questa esigenza?
Dalla paura.
Dalla paura di far brutta figura.
Dalla paura di non corrispondere al ruolo che ricopro. Quello di chi si occupa di Internet.

Imparare a non farsi comandare dalle paure.
Imparare a svincolarsi dai ruoli predefiniti.

La mobilità dei ruoli è reale o fittizia in rete?
È una mobilità falsa.
I ruoli non cambiano.
Ognuno dovrà imparare a rivestirne di diversi.
Dovrà imparare a rivestire i panni di ruoli diversi a seconda della necessità.
I ruoli rimangono tali e quali.

La rete ci aiuta ad andare in profondità?
No.

La rete ci aiuta ad andare in profondità?
No.

Ho ripensato al mio inizio. Agli stimoli che mi hanno spinto ad entrare in rete. Ad approfondire l'accesso.
Mi è tornato in mente un film-documentario trasmesso su Raitre, intorno al 1995, in cui si parlava della prima comunità virtuale italiana: Little Italy.

“Benvenuto al server WWW di Little Italy.
Little Italy è un laboratorio vivente per la realizzazione di una società e di un'economia digitali e distribuite.”

Un salto nel passato?

“Little Italy ha uno scopo essenziale: la socializzazione. In questa comunità si svolgono molte attività, tutte improntate alla socializzazione: ricerca di regole di cooperazione, co-costruzione di leggi e di regole, co-costruzione di luoghi, co-gestione di funzionalità regolatrici. Le attività pedagogiche sono limitate a spazi situati in luoghi specifici (sala delle conferenze, università, ecc...). Sono possibili relazioni personali staccate dal contesto di LI (rooms personali).”

In questo film-documentario si descriveva la vita di alcuni studenti. La loro nuova vita virtuale all'interno di Little Italy.
Cosa si prometteva?
Si prometteva una duplice identità.
La possibilità di costruirsi una seconda vita, di affetti, di lavoro e di relazioni, al di fuori di quella reale.
Una nuova casa.
Nuovi amici.
Nuove esperienze.
Una nuova società.

Capitolo IX
—– Nofollow

Dice al robot di non indicizzare la pagina e di non analizzare la pagina alla ricerca di collegamenti.

Tra il business e la controinformazione, tra le news istituzionalizzate e le azioni di cyberprotesta, tra la ricerca del profitto e il rifiuto di una logica di mercato, tra le start-up e i movimenti contro la globalizzazione, tra questi estremi un incerto e sottile percorso personale.
Tra i bagliori e le grida altisonanti, tra le luci fantasmagoriche e invitanti, tra la semplicità del non dover scegliere ma solo accodarsi a scelte già fatte, è difficile preferire percorsi personali.
Esiste una terza via. Come sempre d'altronde. Probabilmente la più impegnativa. L'unica autentica. Quella che passa attraverso noi stessi. Anche online.
Come allora evitare i bagliori e ritrovare ogni giorno la voglia e il desiderio di incamminarsi per un sentiero inesplorato? Come imparare a sottrarsi con intelligenza a frastuoni e luccicanti presentazioni flash per preferire una ricerca autentica?

In una cerimonia in cui mi spoglio dei miei abiti virtuali, rappresentati dai miei strumenti e dalle conoscenze acquisite, nello spirito più vero della condivisione, ritornare nudo.

Anche nel virtuale ci sono cose non dette. Ci sono limiti invalicabili.
C'è il buio.
E allora portare luce anche nella rete.
Inondare questa struttura di luce. Che rischiari anche i luoghi più scuri. Dove una densa oscurità impenetrabile ci riveste.
Affrontare un reality tour del virtuale, una periferia e un suburbio virtuale, dove in piccole case, in piccoli appartamenti si organizzano i traumi quotidiani.
Si stipano le paure di tutti noi. E convivono con noi le solitudini, le paure, le angosce. Profonde.
Di ritrovarsi in un universo senza luce. Soli e insoddisfatti.
Dove piangere non è concesso. Dove non c'è spazio per il pianto.

Non ho teorie da esporre.
Non ho nuove teorie da esporre sul web, sulla sua conformazione, sui suoi modelli.
Non ho icone.
Non ho niente.
Ho solo un rapporto quotidiano con l'accesso, che sperimento da mesi. Che riempie la mia vita. Che riempie i miei impegni.

Uscire da schemi esclusivamente commerciali. Perché?

Non serve allora scrivere un libro.
Basta partecipare a dei gruppi di discussione. Scrivere quotidianamente.
Perché allora un libro?
Perché?
Per rompere degli schemi che sembrano imperare in rete, che prevedono articoli brevi e spensierati, racconti poco dettagliati. Per impormi un impegno di maggior respiro. Un impegno nella costruzione di qualcosa di più complesso.

Spogliarsi anche delle nostre precostruite concezioni politiche. Ammettere la propria sconfitta sul piano personale e sociale.

Difficile abbandonare un'impostazione che vede il controllo al centro di tutto.
Che parte dalla paura di perderlo.
Dalla paura di non essere in grado. Di essere inadeguati. Di essere incapaci. Dalla paura che possiamo essere sorpassati o lasciati indietro. Dalla paura di risultare non aggiornati.
Da tutte queste paure, come sempre, nasce e non può che nascere una concezione e uno stile di vita che vuole controllare.
Tenere sotto controllo i cambiamenti. Controllare quello che esce e quello che entra.
Controllare la nostra vita virtuale e reale. Tenerla sotto controllo.

Dall'altra parte la fiducia e il coraggio. L'apertura. Il non controllo. L'oltrepassare le paure e le fobie per affrontare con coraggio le esperienze quotidiane.

Permettiamo alle cose, reali e virtuali, di accedere.
Permettiamoci dei tempi da dedicare a noi stessi. Anche nel virtuale. Stabiliamo i tempi in cui siamo a disposizione e i tempi in cui siamo in rete per noi stessi.

Dimentichiamoci del virtuale. Come ipermondo. Impariamo ad utilizzarlo come uno strumento. Ad utilizzarlo solo quando è utile. Utilizziamolo con fiducia.
Senza paure.
Senza accumulare ricchezze di informazioni o di strumenti.
Senza attaccamenti.

Come fare?
Come fare a spogliarsi di tutto quello che abbiamo accumulato?
Ricchezze di conoscenze, di esperienze, di strumenti che abbiamo imparato ad utilizzare, di trucchi, di piccoli segreti, di stratagemmi, di scorciatoie.
Come fare a spogliarsi di tutto questo?


ICONE QUOTIDIANE

DI GIORGIO VIALI

LIBRO

DATA: OTTOBRE 2000

ARCHIVIO TESTI

VISUALE

VISUALE

DI GIORGIO VIALI

TESTO DEL 2009

ARCHIVIO


Visualità 26 marzo 2009 Giorgio Viali

L’organismo biovisivo vive della periferia dell’impero. Si sposta in cerca di carburante per risettare e rigenerare la visione con qualcosa di puro e candido. Essenzialmente autentico. L’organismo stride e implode in se stesso. Nessuna nuova visione, nessun nuovo stimolo visivo. Solo loop ancestrali, televisivi, fictionanti e deformi, ormai logori, inguardabili e privi di input emozionali assimilabili dalle generazioni di consumatori visivi di quarta categoria.

Siamo dipendenti dalle visioni. Non possiamo che guardare. Vogliamo guardare. Dobbiamo guardare.

La rete si sta spostando. I contenuti visivi stanno prendendo il sopravvento. Una fotografia, oggi, è impraticabile. Solo un video ci restituisce un senso, una fruibilità, una partecipazione e la possibilità di immedesimarci e godere. Anche la pornografia, buona cartina di tornasole, si sta oggi spostando e adottando un nuovo paradigma visivo che prevede, in primo luogo, il video; poi, ma solo in assenza del primo, la mera e inadeguata fotografia.

La rivoluzione visuale. Non ho idea di quanto si dovrà aspettare. Anni, forse, prima che le infrastrutture ci consentano di sostituire il testo e le immagini al movimento del testo e delle immagini. Tutto videalizzato. Tutto videazionato. Tutto videato. Immersi in un universo di movimenti e videazioni sottotitolate all’occorrenza e sottodimensionate. Snackerizzate. Parcellizzate. Pillole monovisive clippate, elasticizzate da elementi vettoriali visivi che scompaiono e riappaiono e linkano altri sguardi, visioni e movimenti impercettibili di una videocamera che diventa il nostro unico sguardo. Siamo ciechi. Lo siamo da molto. Viviamo al buio e siamo impossibilitati a guardare, se non un monitor o un qualsiasi display analogico o digitale. Pulsante. Vivo.

Provate a immaginare cosa vorrà dire. Google che senso avrà in un ambiente visivo? Google è archeologico. È basato sul testo. È un dinosauro algoritmato, deterministico, fossilizzato ed entropico nel suo lento dimenticare e nel conservare inerzialmente memorie ormai scomparse dal web. Google è l’autorità da superare. L’establishment da corrodere o semplicemente da dimenticare. Insieme a produzioni cangianti, atone, violente e provocatorie come Myspace e Facebook. Inutilmente abitate, dove la sicurezza personale è diventata paragonabile alla mancanza di sicurezza percepita nella vita reale e concreta, come nei movimenti dentro le infrastrutture ormai completamente pubbliche di una qualsiasi città. Mille occhi che guardano e sorvegliano ogni spazio pubblico. Tanto che uscire vuol dire essere visti, sorvegliati, posizionati e percepiti da sistemi visivi automatici e impersonali. Se non satellitari. Ancora materiale visivo. Da archiviare, catalogare, conservare, far fruttare.

Ed allora, in una sorta di colonizzazione visuale, oggi la domanda visiva di autenticità e di percezione visiva fruibile, sensata e autentica si sposta e invade territori fisici dell’est e del sud mondiale per sfruttare e produrre elementi visivi da offrire a un pubblico sempre più parcellizzato e individuale che ha bisogno di pura autenticità. Sfruttamento ancora inavvertito. Per ottenere degli elementi visivi che oggi siamo incapaci di produrre da soli, perché troppo smaliziati, troppo immersi in un mondo visivo fashionato, dove mettersi in mostra davanti alla telecamera significa cedere una parte della nostra possibile immagine simbolica e iconografica, manifestamente quantificabile e monetizzabile.

E il movimento, perennemente accartocciato dentro sterili polemiche e impossibili condivisioni assordanti e disumane, che fa? Come si colloca all’interno di questa prospettiva? Come si colloca all’interno di una produzione, questa volta umana, che percepisca e si riappropri del reale e utilizzi risorse locali per la produzione, senza puntare su decentramenti produttivi inumani, inutili e inappropriati? Cosa fa? Cosa produce? Cosa distribuisce? È possibile che non ci siano produzioni visive e visuali che non siano ancorate al documentario e alla notizia? Come se l’immaginazione o la fiction (tragica, iconografica o narrativa) fosse impraticabile, sporca, degenere, mercificata o inappropriata?

Ha senso oggi pensare a un collettivo videazionista o a una cellula visiva destrutturante, rekombinate, rizomatica e ancorata come un parassita a un territorio o a una realtà politica? Che faccia sperimentazione e si muova sempre e solo ai confini visivi dei format deformati dalla pubblicità? È possibile? Praticabile?

Oggi l’uso del visivo è cambiato. Si guarda da soli. Siamo soli anche di fronte a un film, a una fiction, a un cortometraggio. Youtube, altra faccia fascista della rete myspacezzita e bookfacizzata, inonda e provoca solo sguardi destrutturati, delocalizzati e insensati. Privi di un contesto e di una storia. L’elemento storico sembra veramente scomparso. La produzione come processo. Come making conflittuale e ruvido. Compresso tra personalità e individualità incongruenti e settiche. Ma non è colpa loro e nessuno chiede che si torni a visioni collettive o a cellule visive pluripersonali. E l’ideazione, la progettazione e il casting come ultimo elemento di un possibile contatto con la materia emotiva umana e la sua complessità. Il casting come unico e possibile messaggio. Punto di contatto e punto di rottura di universi paralleli. Discrepanza non solo tra l’immaginario visivo umano e la concretezza fisica di un volto connotato e definito, di un corpo con una storia, forgiato dai tagli e dalle sottrazioni emozionali, ma come costante e necessaria verifica dell’impossibilità di sopravvivenza in una borderzone visiva. Il casting come message in a bottle verso universi che ancora percepiamo come essenziali ma che ci hanno tolto. Che non potremmo più avere.

Resistenza visiva. Making sovversivo. Casting involontario. Accettare i limiti di una trasposizione visiva dell’immaginario per offrire un’alternativa non intubata (inTube/ata) e vivisezionata dentro format pubblicitari inumani.

Siamo soli davanti a un video perché lo abbiamo scelto. Perché è un’evoluzione inevitabile. Siamo soli davanti a un video come siamo soli davanti a un libro. E non può essere diversamente, con la possibilità di saltare delle pagine, di tornare a leggere, di chiudere e riprendere la visione.

Ma siamo impossibilitati a prevedere. A praticare delle strade di sperimentazione visiva perché occorrono strumenti, banda e capacità elaborative che non sono alla nostra portata. Per cui continuiamo a scrivere, a leggere e a guardare quello che la rete ci propone. Quello che il mercato visivo produce sfruttando manufatti amatoriali e terzomondisti sottoprodotti e sottopagati.

FilmMaking è un fare concreto (riprendere e recitare) che nasce dall’amore profondo per il cinema. Non ha alcuna finalità economica e si svolge, fuori da ambiti e ruoli definiti, in un luogo (fisico e mentale) in cui il regista e l’attore/attrice possono perdersi all’interno di un percorso emotivo personale di ricerca della bellezza.


VISUALE

DI GIORGIO VIALI

TESTO DEL 2009

ARCHIVIO

ARCHIVIO

ARCHIVIO SCENEGGIATURE

DI GIORGIO VIALI

FINZIONI URBANE

DI GIORGIO VIALI

GIUGNO 2016


Bozza di Sceneggiatura “Finzioni Urbane” di Giorgio Viali

FINZIONI URBANE
di: GIORGIO VIALI

Bozza di Sceneggiatura – 8 Giugno 2016 – Vicenza
Copyright di: GIORGIO VIALI

SINOSSI:

“Finzioni Urbane” di Giorgio Viali è un progetto ibrido: un progetto fotografico e cinematografico. Il progetto è iniziato a febbraio 2016. L'idea è quella di realizzare qualcosa che unisca architettura, fotografia e cinema, con particolare attenzione all'architettura moderna e contemporanea, e solo indirettamente all'architettura antica. Abbiamo iniziato contattando e incontrando una serie di architetti vicentini, realizzando una serie di fotografie di opere di architettura moderna a Vicenza. La prima fase ha preso il nome di “Forme Diffuse”. Terminata la fase di perlustrazione del territorio urbano e di incontri, abbiamo iniziato la seconda fase: la realizzazione di un racconto visivo, “Finzioni Urbane”. La protagonista del film è una giovane architetto precaria. Il film ruota intorno alla domanda che la protagonista, Arianna, si pone e a cui cerca di rispondere: “Come e cosa posso fare per far conoscere l'architettura moderna ai vicentini?” Il film segue Arianna durante una sua giornata, documentando alcuni dei suoi tentativi e idee per far “guardare” i vicentini, scoprendo le opere e gli architetti moderni che hanno costruito e definito le forme della città che abitano.

GLOSSARIO:

Genesi 2.20
“Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche.”
Liber Genesis 2.20
“Appellavitque Adam nominibus suis cuncta pecora et universa volatilia caeli et omnes bestias agri.”

Enfilade
In architettura, un'enfilade (o anche “infilata di stanze”) è una serie di stanze formalmente allineate l'una dopo l'altra.

Altana
L'altana, chiamata anche belvedere, è una piattaforma o loggetta posta nella parte più elevata di un edificio.


FINZIONI URBANE

PROLOGO

ESTERNO BASILICA – MATTINA
(Anche Vicenza è una “Grande Bellezza”?)
Un turista cinese (è un architetto) con macchina fotografica, un interprete e una guida italiana sostano davanti alla Basilica Palladiana. Il turista cinese scatta alcune foto, poi si rivolge all'interprete e, parlando in cinese, dice:

TURISTA CINESE
(Parla in cinese) Parole incomprensibili…
L'interprete, dopo aver ascoltato il turista, si rivolge alla guida e, in un italiano un po’ stentato, chiede:

INTERPRETE
L'architetto chiede se ci sono opere di architettura moderna a Vicenza che valga la pena di vedere…
La guida rimane in silenzio, cercando di verificare se ha qualcosa da rispondere. Per lei è una domanda inusuale.

GUIDA TURISTICA
Non lo so. Dica all'architetto che se vuole posso informarmi…
L'interprete parla in cinese con il turista. La scena sfuma con il gruppetto che si sposta sotto la Basilica del Palladio.


ARIANNA SI SVEGLIA

INTERNO LUOGO DA DEFINIRE – MATTINA
Arianna si sveglia. Controlla il cellulare (e/o il portatile) per vedere se ci sono messaggi o nuove mail. Niente messaggi, niente mail. Si veste, apre la borsa e controlla il portafoglio. Ci sono solo due banconote. Mette le sue cose dentro uno zainetto e si prepara a lasciare il posto.


ARIANNA CAMMINA PER LA CITTÀ

ESTERNO VIA DI VICENZA DA DEFINIRE – MATTINA
Arianna cammina per la città al mattino, con le sue cose: uno zainetto e una borsa. Ad un certo punto si ferma, si siede, estrae dallo zainetto alcuni biscotti e li mangia come colazione. Guarda la città che si sveglia.

ARIANNA
(MONOLOGO INTERIORE DELLA PROTAGONISTA)
Vicenza è il mio labirinto, il labirinto in cui ho scelto di vivere. Mi sento male se devo uscire dai confini urbani. Ho dei mancamenti se devo allontanarmi dalla città. L'architettura di Vicenza è diventata per me un'ossessione. Amo e odio ogni edificio, ogni villetta, ogni condominio, persino i pochi spazi “vuoti”, che vuoti non sono, essendo per lo più recintati, delimitati e definiti. Mi attraggono con insistenza e forza i luoghi ai limiti, quegli spazi disabitati e dismessi dove si rifugiano persone ai margini, disperati, dissoluti e parassiti. A Vicenza, come in ogni città, questi luoghi ci sono e definiscono la città stessa. Amo e odio il centro storico, scenografia perfetta e salotto bene, immagine rassicurante e fondante della città stessa, liturgia di forme. Città che non ha mai capito o meritato tale bellezza e la usa in modo provinciale e improprio. Quel fondale dovrebbe servire a mettere in evidenza la forza, il carattere o il coraggio dei cittadini che la abitano; e invece rimane qualcosa fine a se stessa perché non c'è nessun attore che possa degnamente calcare quel palco. Siamo tutte personcine ignobili in questo nordest che si è scoperto, una mattina, povero e impoverito. Anche se in fondo il nordest è sempre stato povero. Povero di cultura, di arte e di musica. Solo il lavoro ha avuto ed ha dignità in questa terra maledetta e sorda. Come ogni labirinto, come ogni città, anche Vicenza ha i suoi mostri. Perché ogni città ha i suoi mostri. Perché le paure sono innate nell'uomo e si risvegliano ogni volta che la notte scende e il buio ci avvolge. E l'architettura e gli architetti, nel loro costruire e definire luoghi e spazi, sono responsabili anche delle paure e dei mostri che li abitano. Una città scrive nei suoi palazzi, nelle sue opere, le sue paure, i mostri che può generare. Una città delega gli architetti a sovrintendere alle paure e ai mostri. Abbiano essi la forma di un minotauro o d'altro. Io sono già all'interno del labirinto. Lo abito da tempo. Devo solo decidermi a voler guardare negli occhi il mio mostro… O devo semplicemente riconoscere che i mostri non esistono. Ho girato in lungo e in largo questa città e non ho incontrato mostri. Non esistono. In compenso ho incontrato in questo periodo molti architetti. È molto più semplice e facile creare, ex novo, mostri che non definire storie attraverso la scoperta o l'incontro con singole identità individuali.


ARIANNA INCONTRA URBANISTA

INTERNO BAR – MATTINA
Arianna è seduta ad un tavolino di un bar di Vicenza e parla con un architetto (donna) con cui aveva appuntamento.

URBANISTA
Sono un architetto che ha sposato una visione più ampia, che è quella del progetto della città e del territorio e, dunque, anche del paesaggio. Ad essere sincera, vedo in giro moltissima edilizia (generalmente scadente) piuttosto che architettura. E vedo, purtroppo, pochissima attenzione per il progetto degli spazi pubblici… Ho visto le foto che hai fatto al Maruffa… Belle! È un luogo un po’ lunare. Triste. Dà il senso di una città in affanno. Un luogo nobilitato, per quel che può, dall’edificio progettato da Todescato, che mi sembra più che dignitoso. Ma tutt'attorno…

ARIANNA
Sono dei primi piani. Anzi, dei primissimi piani di architettura. E Maruffa rimane un luogo in qualche modo fuori dal tempo anche grazie a Todescato…

URBANISTA
Le foto che mi hai inviato sono molto belle, te lo ripeto, ma guardano all'architettura senza dire nulla del contesto. Veicolare questo messaggio, per me e per come la penso, è molto pericoloso. E ho come l'impressione di percorrere una strada profondamente diversa dalla tua. Mai mi passerebbe per la testa di riferirmi alla città storica/al paesaggio storico e alla bellezza che li contraddistingue ricorrendo al termine “brand”, come fai nella mail che mi hai inviato. Preferisco persone disposte a non vendersi. A segnare il terreno e a non oltrepassare quella linea. Palladio e la sua architettura sono ethos, non pathos.
(Pausa di silenzio)

URBANISTA
Dobbiamo abbandonare una visione romantica dell'architettura. L'architettura non ha niente a che fare con la bellezza. L'architettura è una disciplina sociale e politica. Non ci sono forme o segni che possano prevalere sulla quotidianità dell'abitare e del vivere sociale.
(Pausa)

URBANISTA
Organizzare una mostra fotografica sull'architettura moderna e contemporanea di Vicenza mi sembra francamente fuori tempo massimo. Considerato che oggi ci sono ben altre urgenze e priorità… Non c'è tempo per la bellezza, le forme e i segni quando una città come Vicenza permette e genera mostri… Quando a Vicenza palazzinari e aziende edili devastano il territorio e il paesaggio e derubano la collettività di luoghi, visioni e spazi…
(Pausa)

URBANISTA
Odio la Vicenza museale, olimpica e palladiana, la Vicenza ufficiale dell'amministrazione, del comune, degli enti istituzionali che si occupano del Palladio, l'Ordine degli Architetti, la stampa locale. Sono pericolosi. Anche se non sono mostri. Sono per lo più dei buchi neri, opachi e immobili. Inerti e inetti. A cui ci si rivolge solo per avere conferma della loro inutilità.


LAVORO PRECARIO

INTERNO CASA LAUREANDA – MATTINA
Arianna incontra una laureanda di architettura che sta aiutando nella stesura della tesi di laurea. Salotto casa della laureanda a Vicenza.

LAUREANDA
Il professore è stato contento dell'ultimo capitolo. Forse anche un po’ sorpreso. Non scrivere cose troppo originali nel prossimo capitolo, perché al professore potrebbe venire qualche dubbio.

ARIANNA
Per quando devo consegnarti il prossimo capitolo?

LAUREANDA
Fra quindici giorni…
La laureanda prende il suo portafogli e ne estrae tre banconote che dà ad Arianna.

LAUREANDA
Questo è quello che avevamo pattuito per il capitolo che hai appena scritto. E se non ti offendi, ho una camicetta… È nuova… che mi è troppo stretta… dovrebbe andarti bene…
La laureanda prende la camicetta e la dà ad Arianna, che ringrazia.

ARIANNA
Grazie.
La laureanda fa una pausa come se volesse prendere coraggio, poi…

LAUREANDA
Ti interesserebbe collaborare con me come fotografa? Come sai, ho un blog di moda e make-up e dovrei pubblicizzare dei prodotti di un'azienda di make-up americana che si chiama Palladio Beauty. “Professional-exclusive value make-up brand. Recognized by professional make-up artists for its performance with botanical and vitamin infused formula.” Ho bisogno che qualcuno/a mi faccia delle foto. L'idea è semplice: abbinare opere del Palladio ai trucchi di Palladio Beauty… Cerchiamo di sfruttare uno dei pochi brand che possediamo. Palladio è un brand spendibile all'estero e in Italia. Usiamolo…
Arianna aspetta un attimo e poi:

ARIANNA
Devo prima finire un progetto che ho in corso. Ti faccio sapere. Grazie.
Arianna e la laureanda si salutano.


LABORATORIO DI ILLUMINAZIONE

INTERNO LABORATORIO – POMERIGGIO
Arianna si muove curiosa tra le lampade del laboratorio. Quando ha bisogno di scrivere e riflettere, Arianna si reca in un laboratorio di illuminazione… Scena ancora da scrivere.


MONOLOGO CON VOCE FUORI CAMPO


TIPOGRAFIA

INTERNO TIPOGRAFIA – POMERIGGIO
Arianna segue il titolare della tipografia che la porta nel suo studio. Entrano e si siedono.

TITOLARE TIPOGRAFIA
Queste sono le 30 copie che mi aveva chiesto della locandina per la mostra fotografica.
Arianna prende le locandine e le sistema con cura nello zainetto. Poi estrae una bozza di un altro lavoro…

ARIANNA
Questa è la bozza di un altro lavoro che vorrei far stampare. Si tratta di una mini guida all'architettura moderna di Vicenza. È qualcosa di molto essenziale e riguarda 6 opere che vale la pena conoscere e visitare.
Il titolare della tipografia guarda la bozza, sembra incuriosito…

TITOLARE TIPOGRAFIA
Un bel lavoro. Guardi, come le dicevo per telefono, francamente non so se sono interessato a stamparne un centinaio di copie solo in cambio dell'inserimento del mio nome nello stampato… Non lo so… Ci penserò e le farò sapere, ok?

ARIANNA
Ok. Mi faccia sapere. Via mail o al cellulare?

TITOLARE TIPOGRAFIA
Certo. Mi scusi, ma adesso ho da fare. Sa come uscire?

ARIANNA
Certo. Grazie.
Prima di andarsene, il tipografo si ferma un attimo e:

TITOLARE TIPOGRAFIA
Mi scusi. Una curiosità. Perché la mostra fotografica si chiama “Genesi 2.20”?

ARIANNA
È un versetto della Bibbia: “L'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche.” La mostra vuole dare un nome e un'immagine alle opere di architettura moderna a Vicenza. Un modo per dare un'identità a queste opere non conosciute e abbinarle a un architetto che è ugualmente sconosciuto.

TITOLARE TIPOGRAFIA
I nomi… quindi… sono nomi di architetti?

ARIANNA
Albanese, Erseghe, Faresin, Gardella, Novello, Panciera, Papesso, Scarpa, Secone, Slaviero, Siza, Todescato, Traverso Vighy. Tutti architetti. Architetti che hanno operato a Vicenza. Molti, quasi tutti, sconosciuti ai più. Nomi che si son persi… Persone che hanno costruito pezzi di città di cui non si ha memoria.


LOCANDINE

ESTERNO VIA DI VICENZA DA DEFINIRE – POMERIGGIO
Arianna appende alcune locandine della mostra fotografica in un paio di luoghi importanti per l'architettura a Vicenza: Maruffa, Viale Milano o Sede CGIL, Contrà Quartiere… Scatta alcune fotografie delle locandine appese nei vari luoghi.


FOTOGRAFA

INTERNO CASA FOTOGRAFA – SERA
Arianna finisce di mangiare un panino e di bere qualcosa, poi, con la fotografa, siede davanti al computer e guardano le fotografie di Arianna, commentandole. Parlano di architettura e di fotografia.

FOTOGRAFA
L'architettura a volte “subisce” la fotografia. Lo sguardo di un fotografo oggi delimita e/o crea spazi visivi e forme che l'architetto non aveva pensato, visto o considerato. L'architettura può dipendere dallo sguardo di qualcuno che riesce ad immaginare altro da quello che è immediatamente visibile. L'architettura è definita sempre più spesso dallo sguardo di fotografi che sono in grado di ripensarla o che trovano in alcune opere spunti per trascendere forme concrete.
Durante la conversazione, la fotografa fa vedere ad Arianna il libro “Casa Ceschi” di Traverso-Vighy – Edizione Forma Vicenza 2010-2011 e il libro: “Itinerari di architettura vicentina contemporanea”, pubblicato dall'Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Vicenza – 2005. Sempre durante la conversazione, guardano le fotografie realizzate al Proti e parlano del film “Primo Amore” di Matteo Garrone (con Vitaliano Trevisan). Alcune scene del film “Primo Amore” sono state girate nel chiostro interno del Proti.


CARTOLINA

ESTERNO CONTRÀ QUARTIERE – SERA
Arianna estrae una cartolina dallo zainetto e una penna. È una cartolina che raffigura qualche edificio palladiano. Scrive. La cartolina viene indirizzata a: Carlo Scarpa presso Villa Valmarana, Vicenza. Dopo aver scritto l'indirizzo, Arianna si ferma a riflettere. Una volta deciso, scrive: “Caro Carlo… Con affetto e stima. Arianna.” – Un omaggio al film “Il ventre dell'architetto” (The Belly of an Architect) diretto da Peter Greenaway (l'architetto protagonista del film ruba cartoline e le invia all'architetto Étienne-Louis Boullée).


ALTANA

INTERNO ALTANA – NOTTE
Arianna si prepara per dormire in un'altana sui tetti di Vicenza. (L'altana, chiamata anche belvedere, è una piattaforma o loggetta posta nella parte più elevata di un edificio).
ARIANNA
I mostri e i miti vengono creati da quelli che non hanno la forza e il coraggio di perdersi dentro un labirinto (o un sottosuolo) (o dentro insiemi complessi) per poter incontrare delle verità.

5 luglio 2020


ARCHIVIO SCENEGGIATURE

DI GIORGIO VIALI

FINZIONI URBANE

DI GIORGIO VIALI

GIUGNO 2016

ARCHIVIO

ARCHIVIO SCENEGGIATURE

DI GIORGIO VIALI

NORDEST FILM

ANNO: 2008


Nordest Film
[Sceneggiatura]
Terza Revisione – 2008
di Giorgio Viali


NORDEST FILM [SCENEGGIATURA] – GIORGIO VIALI

SCENEGGIATURA 14 SETT. 08 – TERZA REVISIONE

TITOLI

NORDEST FILM TITOLI – BIANCO SU NERO

PRIMO EPISODIO – PADOVA

SCENEGGIATURA PADOVA – TERZA REVISIONE

CITTÀ DI PADOVA AL MATTINO

ESTERNO PADOVA – MATTINO

Immagini della città di Padova al mattino. Riprese veloci e frammentate, in stile videoclip. Voci varie in sottofondo. Frammenti di brani musicali.

SPEAKER RADIO

L'assoluta mancanza di partecipazione nelle scelte urbanistiche e territoriali e l'arroganza dei signori della città stanno imponendo uno stile di vita basato sulla legalità e sulla sicurezza, inquadrato dentro metri cubi di cemento residenziale per molti inarrivabile e in luoghi del consumo come i centri commerciali. Di questo cemento ne faremmo volentieri a meno ed è per questo che ci riappropriamo degli spazi vuoti destinati alla speculazione.

VOCE FEMMINILE

Una giovane studentessa padovana si è impiccata questa notte nella sua stanza. Non ha lasciato nessun biglietto. Tutto era stato predisposto con cura. Disperati i genitori, che non capiscono come sia potuto succedere.

POLITICO

Non c'è più il primo Veneto. Quello della povertà e dell'emigrazione. Non c'è più nemmeno il secondo Veneto. Quello dell'agiatezza diffusa e del continuo sviluppo. Il terzo Veneto deve affrontare nuove complessità e occuparsi della sostenibilità dello sviluppo e della qualità della vita. Il federalismo è la risposta giusta per il Sud, prima ancora che per il Nord, e quindi nel complesso la risposta per il rilancio del paese. Il federalismo è la madre di tutte le battaglie.

Altre voci, frammenti di notizie. Frammenti di conversazioni e dialoghi.

PRE-SELEZIONE

INTERNO STUDIO SELEZIONE PERSONALE – PD – MATTINO

Primo piano di una ragazza (Eleonora). Poi un'inquadratura della stanza in cui si trova: una stanza semplice e minimalista. Una sedia su cui è seduta Eleonora. Una telecamera che la riprende. Un'altra sedia in cui è seduta, di spalle, una psicologa.

PSICOLOGA

Come lei sa, questa è una ricerca di personale. Una pre-selezione. Lei accede a questa pre-selezione permettendo alla nostra azienda di utilizzare le immagini che registreremo. L'azienda potrà riprodurle, stamparle, pubblicarle. Le riprese serviranno sia per una valutazione della sua personalità, sia potranno essere utilizzate per motivi pubblicitari o promozionali. Adesso la lascerò sola. Lei ha tre minuti per raccontarci quello che crede. Le consiglio di iniziare con il proprio nome e cognome, data di nascita, indirizzo, titolo di studio e occupazione. È tutto chiaro? Domande?

ELEONORA

Tutto chiaro.

PSICOLOGA

Allora la lascio. Aspetti che io sia uscita per iniziare. Tornerò tra tre minuti.

Eleonora aspetta che la psicologa sia uscita.

ELEONORA

Mi chiamo Eleonora Masiero. Sono nata a Padova il 15 giugno 1985. Abito a Padova in Viale Europa n. 42. Sono laureata in Filosofia, con il punteggio di 105. Ho un lavoro saltuario, al sabato, in una libreria. Sono essenzialmente una mistica.

Credo! Fermamente credo. Credo nel bene, nella verità, nella bellezza, nella giustizia. Questa fede profonda è il centro della mia vita, il punto attorno a cui tutto ruota. E il mio cuore si riempie spesso di felicità quando riesco ad esprimere completamente questi valori.

Non c'è che il bene!

Non sono una cattolica bigotta o una sognatrice ingenua. Ho sperimentato, sperimento quotidianamente la forza del bene. Vedo quello che produce dentro di me, il bagliore che genera, la gioia che riempie le mie giornate.

In un mondo in cui la menzogna e l'ipocrisia regnano sovrane, la mia fede è una piccola luce. Che non può cambiare tutto, non può illuminare l'oscurità profonda, ma può produrre solo piccoli cambiamenti. Indispensabili affinché tutto non si spenga e muoia. Il bene che perseguo non è il bene degli altri. Non è il bene cristiano, che guarda e si muove solo fuori di noi stessi. Il bene di cui parlo parte dall'interiorità, dall'ascolto di se stessi.

Ho pensato a lungo a quello che avrei potuto raccontare di me stessa, a quale potesse essere l'argomento più difficile da affrontare. Senza nessuna intenzione di voler essere provocatoria o sovversiva. Quale potesse essere l'argomento più intimo e personale per raccontarmi e mostrarmi, per essere autentica. Poi ho capito. Quello che è più difficile da raccontare non è la nostra parte razionale, le nostre idee, le nostre convinzioni politiche e/o religiose. Quello che è più difficile da raccontare, condividere, è la parte istintiva, animale, pulsionale. Quello che ha a che fare con la nostra sfera desiderante, con il nostro immaginario e con la nostra vita sessuale.

Sono eterosessuale. Non ho mai avuto esperienze omosessuali. Mi masturbo. Provo piacere nell'autoerotismo.

L'ultimo rapporto sessuale completo l'ho avuto un mese fa. È stato un rapporto occasionale con un uomo che ho conosciuto in libreria. Mi ha invitato a casa sua. Mi ha baciato a lungo, mi ha accarezzato, poi mi ha spogliato e abbiamo fatto l'amore. Una specie di dono.

Si sente bussare. Eleonora si ferma. Rientra la psicologa.

PSICOLOGA

Come le dicevo, questa è una pre-selezione. Le faremo sapere nel giro di una settimana se dovrà presentarsi alla selezione vera e propria. Arrivederci e grazie!

Eleonora si alza ed esce.

INCONTRO CON PROFESSORE

INTERNO AULA UNIVERSITARIA – MATTINO

Eleonora entra in un'aula universitaria dove è appena terminata una lezione. Gli ultimi studenti stanno uscendo. Saluta il professore.

ELEONORA

Buongiorno, Professore.

PROFESSORE

Buongiorno! Ho letto il suo racconto. Questa città e i suoi abitanti sono veramente cambiati. Non mi aspettavo di leggere un racconto così. Padova ha una tradizione di lotte politiche, di impegno, di movimenti, di passione politica. E il suo racconto, invece, immagina questa città come un essere vivente, con dei punti energetici, con dei chakra, che vanno risvegliati, che hanno bisogno di autenticità e di verità. Il suo racconto mi ha sorpreso. Mi sono reso conto di essere vecchio, di non riuscire a comprenderne le implicazioni. Come pensare a un cambiamento partendo da queste premesse? Impossibile.

ELEONORA

Il passato, ce lo ha ripetuto migliaia di volte, non si ripete. Non ho idea di dove possa portarci questa parcellizzazione delle individualità, questa lontananza sempre più grande, questa difficoltà, se non impossibilità, di incontrarsi. Sembra veramente impensabile qualsiasi possibilità di cambiamento. Ma la natura trova sempre una strada. Costruisce dei luoghi, traccia dei percorsi, dove meno ci si aspetta. Trova il modo di lenire il dolore e costruire il futuro.

PROFESSORE

Sicuramente hai ragione. Ma mi mancano gli anni dell'impegno sociale e politico. La passione negli occhi dei giovani, la loro capacità di riunirsi, aggregarsi, combattere. Oggi sembra tutto immobile, tutto irrecuperabile, tutto al di fuori della nostra portata. Per quanto riguarda il tuo racconto, l'ho passato a un mio amico di una casa editrice. Stiamo a vedere. Dovresti scriverne qualcun altro. Adesso ti lascio, che ho un'altra lezione.

SOTTOPASSAGGIO

ESTERNO CAVALCAVIA – MATTINO

Eleonora lascia la strada asfaltata e si avventura in una zona incolta. Si avvicina a uno spazio sotto un cavalcavia. In questo spazio c'è un grande tabellone pubblicitario abbandonato dove sono appese tante fotografie. Sono tutte fotografie di tagli, ferite, lesioni. Eleonora si siede e rimane in silenzio guardando queste immagini. Poi ne prende una e la porta con sé!

SECONDO EPISODIO – VICENZA

SCENEGGIATURA VICENZA – TERZA REVISIONE

NEGOZIO

INTERNO NEGOZIO – VI – MATTINO

Monica, una donna sui 35 anni, si muove all'interno di un negozio alla ricerca di un paio di jeans. Vestita elegantemente, si muove con disinvoltura. Fuori campo si sentono le voci di alcune adolescenti che parlano di modelli di jeans esposti nel negozio.

ADOLESCENTI

Bellissimi questi jeans. Li comprerei tutti. Li vorrei tutti. Sono troppo belli. E questi? Bellissimi…

COMPAGNO DI SCUOLA

Ciao… Monica! Come stai? Da quanto tempo? Non ti ricordi?

MONICA

Sì, certo! È solo che è passato molto tempo e non mi aspettavo proprio di rivederti.

Monica è colta alla sprovvista. Ma solo per pochi secondi, poi riprende il controllo della situazione e la sua sicurezza e determinazione.

COMPAGNO DI SCUOLA

Eri la più bella del liceo. Ci hai fatto impazzire tutti. Ma non tanto e non solo per la tua bellezza, ma per la tua dose di autonomia e di ribellione. Sapevi liquidare con poche parole la società consumistica e sapevi… ti ricordi dell'occupazione? Hai sfidato il preside davanti a tutta la scuola. E sei stata sospesa per cinque giorni… Anarchica insurrezionalista…

MONICA

È passato molto tempo e, come ti dicevo, mi ha fatto piacere rivederti, ma sono di fretta e devo andare…

COMPAGNO DI SCUOLA

Non puoi andartene così dopo che non ci si vede da… quindici anni. Certo che sei proprio irriconoscibile. Sei completamente cambiata! Guarda come sei vestita… Cosa fai nella vita? Sei sposata? C'erano molti che scommettevano che tu fossi lesbica.

MONICA

Scusami veramente. Mi fermerei volentieri a chiacchierare con te, ma come ti dicevo sono di fretta. Un'altra volta.

COMPAGNO DI SCUOLA

Dimmi almeno cosa fai? Di cosa ti occupi?

MONICA

Di marketing. Curo l'immagine di alcune aziende. L'immagine oggi è più importante del contenuto.

Monica lascia il suo compagno di scuola ed esce dal negozio. Camminando, passa davanti a una vetrina che espone televisori. Su uno schermo ci sono le immagini di Eleonora e della sua pre-selezione.

STANZA D'ALBERGO

INTERNO STANZA D'ALBERGO – PRIMO POMERIGGIO

La compagna di Monica è inquadrata di spalle, seduta sul bordo del letto. Si gira e guardando in camera:

COMPAGNA

Ho deciso! Questa è l'ultima volta che ci vediamo.

Poi abbassa lo sguardo, si mette una maglietta e si alza.

COMPAGNA

Ci ho pensato a lungo. E questa è la mia decisione. Sei inaccessibile. Ti sei costruita una vita, una professione, che non sono accessibili a nessuno. È difficile vederti e riconoscerti dietro queste pareti spesse e inospitali. Non so più chi tu sia, se tu sia viva. Che cosa pensi, cosa vorresti. Non c'è uno spiraglio da cui si possa capire, da cui si possa vedere qualcosa. Non sei più capace di darti, di perderti, di smarrirti. Sei sempre e solo sicura di te stessa. Anche quando facciamo l'amore.

Monica entra nel bagno, chiude la porta e vomita. Poi si stende sul pavimento del bagno. Si sente bussare alla porta del bagno.

COMPAGNA

Me ne sto andando. Buona fortuna!

TERZO EPISODIO – VERONA

SCENEGGIATURA VERONA – TERZA REVISIONE

VERONA

INTERNO STUDIO FOTOGRAFICO – TARDO POMERIGGIO

Primo piano di una donna (Anna), 40-45 anni. In sottofondo, fuori campo, una radio o una televisione. Un'intervista:

INTERVISTATO

Oh, se il microbo ha infettato la macrosocietà! La sta divorando, come un cancro terminale. Il guaio è che nessuno pensa alla chemio. Solo aspirine.

E intanto i bambini sono totalmente schizzati. Credimi, sono molto più 'fuori' le generazioni del Duemila che gli 'sbandati' che incontrai a Verona alla fine degli anni '70. Ma questa è un'altra storia.

INTERVISTATORE

Nel suo ultimo libro lei cerca di tratteggiare le linee di sviluppo del Nordest…

INTERVISTATO

Esatto. Almeno tre diverse fasi hanno caratterizzato l'area in questo periodo. Prima c'è stata quella dell'espansione silenziosa, poi quella della protesta che ha assunto anche toni clamorosi, soprattutto per la carenza di infrastrutture. Ora è sopravvenuto una sorta di distacco critico che però punta molto sul recupero della qualità della vita.

Anna nello studio sta esaminando una serie di fotografie con una collega fotografa, per decidere quali esporre a una mostra. Un grande tavolo, molte foto stese sul tavolo. Sono tutte foto in bianco e nero di persone con sullo sfondo monumenti, case, edifici della città. C'è anche una foto che ritrae Monica mentre passa davanti al negozio di televisori. Nella foto si vede anche, in un televisore, il viso di Eleonora.

ANNA

Questa rimane la mia preferita e mi piacerebbe che finisse nella copertina del catalogo della mostra. Che ne dici?

FOTOGRAFA

Sono d'accordo con te. Piace molto anche a me, anche se ce n'è un'altra che mi piace molto.

Prende un'altra foto e la guardano insieme: il ritratto di una donna seduta su una sedia in una semplice cucina.

ANNA

È mia mamma. Non me la sento di pubblicarla. Troppo personale!

FOTOGRAFA

Hai fatto veramente un bel lavoro. Un po' ti invidio. Sei riuscita a guardare in profondità dentro gli occhi e l'anima di questa città. Senza presunzioni, senza voler strafare. Con calma e tranquillità, con la fiducia in questa terra in cui abiti…

ANNA

Non è stato facile! C'è voluto molto tempo. Ho dovuto imparare ad aspettare, provare e riprovare, sbagliare tante volte. Tanti incontri inutili, tante foto sprecate. Per cosa? Per una bellezza mediata… A volte penso che in realtà queste foto non valgano niente e il valore invece sia stato nel muoversi in un territorio, in una città, incontrare persone, cercare di guardarle negli occhi, chiedere loro di guardarsi. Come una specie di animale che si muove in un ecosistema e, pur se piccolo, ha una funzione importante nell'equilibrio dell'insieme. Poi ci sono foto come questa (la foto con Monica ed Eleonora) che non dipendono dal mio lavoro ma che sento abbiano un significato. Al di là della mia ricerca, della mia pazienza, del mio intuito. Ci sono delle cose che sono al di fuori della nostra portata. C'è una bellezza che per fortuna non dipende da noi e che noi qualche volta riusciamo casualmente a riprendere.

Mentre stanno guardando altre fotografie, arriva una telefonata. Anna risponde. La chiamano dalla casa di riposo dove soggiorna la madre per avvertirla che sua mamma sta male e la invitano a passare prima possibile.

STANZA CASA DI CURA

INTERNO CASA DI RIPOSO – TARDO POMERIGGIO

Una donna anziana sbraita e grida frasi senza senso. Vuole spogliarsi. Cerca di togliersi tutti i vestiti, anche se un'infermiera cerca di fermarla. Violentemente e con forza riesce a togliersi la camicia e inizia a girare per la stanza svestita, gridando. Entra Anna e cerca di rasserenarla, inutilmente.

TITOLI DI CODA – NORDEST FILM


ARCHIVIO SCENEGGIATURE

DI GIORGIO VIALI

NORDEST FILM

ANNO: 2008

ARCHIVIO

ARCHIVIO SCENEGGIATURE

DI GIORGIO VIALI


BASIC FILM

SCENEGGIATURA - MONOLOGHI

DI GIORGIO VIALI

NOVEMBRE 2007

Ecco il testo corretto:


[A] Scena: Monologo (Attore o attrice)
(In piedi, non appoggiato/a alla parete)
(Un paio di jeans e una maglietta senza scritte)
(Guardando in camera e seguendo l'obiettivo con lo sguardo)

Il segreto per non perdere l'equilibrio quando si cerca di stare su un piede solo è quello di guardare un punto fisso.

Ed io, che sono costantemente sul punto di cadere, di perdermi, di smarrirmi, ho deciso di fissarmi sui primi piani. Fisso il mio sguardo sul viso di un attore o di un'attrice e così il senso di vertigine e di smarrimento mi lascia.

È solo un semplice stratagemma. Ma funziona.
Finché durano le riprese.
Finché riesco a fissare il mio sguardo su un primo piano.
Tutto questo mi ricorda una favola.
Fa freddo, c'è la neve, e una bambina povera per riscaldarsi accende uno dopo l'altro dei fiammiferi.

I miei primi piani sono come questi fiammiferi.
Mi riscaldano il tempo in cui dura l'illusione.
Poi ripiombo nel buio e nel freddo di un'incertezza infinita.

Non è possibile un primo piano infinito?
Non è possibile fissare il proprio sguardo sul viso di un attore all'infinito?

[B] Scena: Monologo (Attrice)
(In piedi, non appoggiata alla parete)
(Un paio di jeans e una maglietta senza scritte)
(Guardando in camera e seguendo l'obiettivo con lo sguardo)

Lunga pausa.

Ti piaccio?
Scommetto che ti piaccio.
Ti piace il mio viso?
(accarezzando il viso e ruotandolo in entrambi i lati)
I miei occhi?
Le mie labbra?
(accarezzando il contorno delle labbra)

I miei capelli?
E il mio corpo?
(aprendo le braccia in modo da lasciar vedere il corpo)
Ti piace?
E il mio seno?
(sfiorando il seno)
Molto?
E i miei fianchi?
(le mani accarezzano i fianchi e la zona del pube)
Pensi che potrei essere la tua donna?
Pensi che potrei amarti?
Quanto?
Perché?
Per quanto mi ameresti?
Per sempre?
Sono bella.
Mi sento bella.
Sono ammirata, corteggiata, cercata.
Sono desiderata.
Perché?

Non posso amare tutti.
Non posso.
E non so nemmeno se vorrei.
Sfiorami, se vuoi, con il tuo sguardo.
Accarezza il mio corpo.
E porta con te un po’ di bellezza.

[C] Scena: Monologo (Attore)
(In piedi, non appoggiato alla parete)
(Un paio di jeans e una maglietta bianca senza scritte)
(Guardando in camera e seguendo l'obiettivo con lo sguardo)

Perché?
Perché mi ha scelto?
Perché me?
Forse perché le ricordo qualcuno.
Un altro uomo?
Un'altra storia?
Forse perché semplicemente le piace il mio corpo.
Le piace come la guardo?
Come la accarezzo?
Come le sto vicino?

Forse le piace la luce, il bagliore che emano quando la guardo, quando mi avvicino, quando mi soffermo sui particolari del suo viso, del suo corpo.

Quando sento la sua sensualità.
Quando me la invento.
Quando riempio il suo corpo di significato? Di bellezza?
Quando non le resisto?
Quando ho voglia di prenderla?
Quando ho voglia di accarezzarla?

[D] Scena: Monologo (Attrice)
(In piedi, non appoggiata alla parete)
(Un paio di jeans e una maglietta senza scritte)
(Guardando in camera e seguendo l'obiettivo con lo sguardo e seguendo da vicino l'arretramento della camera, come se si stesse parlando a una persona)

(Un bel tono di voce. Deciso. Quasi gridato)

Prendimi!
Prendimi!
Tutta!
Completamente.
Totalmente.
Ti prego.

Il mio corpo,
la mia anima,
la mia bellezza,
il mio lato oscuro.
Non mi guardi?
Ti faccio paura?
Ti spavento?

Sono stanca di aspettare.
Voglio solo lasciarmi andare,
voglio darmi,
abbandonarmi,
lasciarmi trasportare,
senza vergogna,
senza paura,
senza sensi di colpa.

Sono stanca di resistere.
Voglio assaporare la vita.
Voglio amare.
Voglio essere amata.
Prendimi!
Ti prego.

Lo voglio!
Voglio darmi.
Completamente.
Totalmente.

Prendimi!

[E] Scena: Monologo (Attrice)
(Attrice in piedi, non appoggiata alla parete)
(Un paio di jeans e una maglietta aderente senza scritte)
(Guardando in camera e seguendo l'obiettivo con lo sguardo)

Lui conosce bene il mio corpo.
Sa come prenderlo.
L'ha imparato.
Mi si avvicina prima dolcemente.
Mi guarda.
Guarda il mio corpo.

Non mi tocca all'inizio,
mi guarda,
solo mi guarda.

Poi si avvicina e comincia a toccarmi.
Le mani prima.
Poi il viso.
Il collo.
E mi bacia.
E poi le sue mani diventano un vortice.
Imprevedibili.
Forti.
Sicure.
E il mio corpo, a questo punto, non mi appartiene più.
Non è più mio.
È suo.
L'ha conquistato.
Se l'è preso.

Ed allora io lascio andare tutta me stessa.
La mia mente e tutta la mia anima.
Mi arrendo.
Completamente.
Mi abbandono completamente al suo amore, alla sua forza, alla sua tenacia, alla sua determinazione.

[F] Scena: Monologo (Attore)
(Attore in piedi, non appoggiato alla parete, dietro di lei)
(Un paio di jeans e una maglietta senza scritte)
(Guardando in camera e seguendo l'obiettivo con lo sguardo)

Il suo corpo è imprevedibile.
Ogni volta diverso.
Ogni volta sorprendente.
Unico.
Bello.
Pronto.
Maturo.
Non devo che coglierlo.
Non devo che prenderlo.
Non devo che assecondarlo.

Non ci sono cose che non potrei fare.
Tutto mi è concesso.
Il suo corpo, in quei momenti, è mio.
Lo sento.
Risponde solo alle mie mani.
Alla mia energia.
Alla mia volontà.
Al mio desiderio.

E mi piace.
Mi piace quando lei si abbandona completamente tra le mie braccia.
E si lascia andare completamente.
E lascia fare.
E accetta il mio desiderio.
Mi permette di prenderla.

Mi sconvolge e mi inebria il suo abbandono, la sua fiducia, la sua resa.
Completa.
Totale.
Infinita.

[G] Scena: Monologo (Attrice)
(Attrice in piedi, non appoggiata alla parete)
(Un paio di jeans e una maglietta aderente senza scritte)

Questa è una ripresa tipicamente pornografica.
La camera si avvicina al mio viso.
Ed entra in uno spazio che è mio.
Uno spazio personale e privato.

La camera riprende da vicino e con insistenza il mio viso.
Dimostra di averne il permesso.
O di esserselo preso.
Dimostra di poterlo fare.
La camera invece si avvicina e fissa con insistenza il mio viso.
Poi si allontana velocemente e riprende il mio corpo.

Io guardo in camera.
Chi guarda vuole vedere il mio sguardo.
Vuole vedere il mio sguardo nel momento in cui viene violata la mia sfera personale.

Non c'è molto altro nelle riprese pornografiche.
Il mio sguardo che permette quanto accade.
La mia resa, parziale o assoluta.

Arrendersi è difficile.
E per arrendersi non serve qualcuno di cui fidarsi.
Questo sembra essere il messaggio.
Nella vita capita di doversi arrendere.

Ma sono le modalità di resa a essere diverse.
Ci si può arrendere completamente, si può essere sopraffatti,
o arrendersi parzialmente, con prepotenza, con orgoglio.
Chi guarda vorrebbe vedere una resa totale.
Completa.

[H] Scena: Monologo (Attrice)
(Attrice in piedi, non appoggiata alla parete)
(Un paio di pantaloni di jeans o una gonna di jeans e una maglietta aderente senza scritte)

Sono pronta!
Sì, sono pronta!

Alla fine mi sono decisa.

Sto aspettando che arrivi il mio “partner”.
Non so chi sia. Né come sia.
So solo che devo farci l'amore.
Devo farci del sesso.

E non so esattamente cosa mi chiederà di fare.
Soprattutto non so come mi tratterà.
Siamo d'accordo che può fare quello che vuole.
Che potrà prendermi come vorrà.

Per mezz'ora, un'ora, potrà usarmi come vuole.
Anche il cameraman è pronto.
Pronto a filmare.

Anch'io sono pronta.
Potrà mettere le sue mani dove vorrà.
Prendermi con calma o con la forza.
Rispettarmi o usarmi.

Trattarmi come vorrà.

Qualcuno mi ha suggerito di non fingere!
Che chi guarda non sopporta la finzione.

Chi guarda vuole sincerità, spontaneità.
Vuole conoscere come sono, realmente.
Non un cliché. Vuole dei particolari da ricordare.
Non fisici. Della mia personalità.
Non ricorderà l'indifferenza.
Di certo ricorderà la generosità.

È arrivato?
Sì, è arrivato.
Si comincia!

[I] Scena: Monologo (Attrice)
(In piedi, non appoggiata alla parete)
(Un paio di jeans e una maglietta aderente senza scritte)
(Guardando in camera e seguendo l'obiettivo con lo sguardo)

Ci siamo. Direi che ci siamo.
Facciamo l'ultima prova.

Prima riprendi il mio viso, un primissimo piano,
poi fai una panoramica su tutto il mio corpo.
Ritorni su un primo piano.

Ed io mi presento:
Mi chiamo Eleonora e ho 24 anni.

A questo punto mi giro, facendo attenzione a tenere comunque lo sguardo in camera.

Poi mi giro di nuovo.
Mi tolgo con lentezza la maglietta.

Mi tolgo i jeans.
Poi mi tolgo gli slip e rimango nuda.

Un classico!
E se provassimo qualcosa di diverso?
Ad esempio, dei movimenti sensuali e provocanti in silenzio?
Sguardo in camera?

Il nudo oggi è inflazionato.
Ma essenziale.
È difficile.

[L] Scena: Monologo (Attrice)
(In piedi, non appoggiata alla parete)
(Un paio di jeans e una maglietta senza scritte)
(Guardando in camera e seguendo l'obiettivo con lo sguardo)
(L'inizio è gridato!)

No!!!
No!!!

Non mi riprendere!
Non mi riprendere!
Non voglio!

Nooo!!!

Pensi che non sappia cosa fare?

So cosa fare!
So cosa fare per rendere insignificanti le tue riprese.

Mi basta chiudere gli occhi.
Non darti la possibilità di riprendere il mio sguardo.

E allora tutto si appiattisce.
Tutto diventa impersonale.
Tutto diventa inutile.

Puoi riprendere il mio corpo, certo.
Sezionarlo.
Ma senza il mio sguardo non avrai niente!

“Toglietemi tutto!
Ma non toglietemi lo sguardo dell'attore!”
Me l'hai ripetuto tante volte!
Riprendimi pure!

Divertiti!


Se hai bisogno di ulteriori modifiche o aggiustamenti, fammelo sapere!


ARCHIVIO SCENEGGIATURE

DI GIORGIO VIALI


BASIC FILM

SCENEGGIATURA - MONOLOGHI

DI GIORGIO VIALI

NOVEMBRE 2007

ARCHIVIO

ARCHIVIO GIORGIO VIALI

OTTOBRE 2005

Bozza di sceneggiatura

Ottobre 2005

BOZZA SCENEGGIATURA DI “A SPOTLESS FOOTAGE” GIORGIO VIALI Ottobre 2005

INIZIO FILM – OMAGGIO A KEN LOACH – RIFF RAFF

1 – INTERNO SET – DAY Una giovane Ragazza è seduta sopra un materasso steso per terra. Vicino a lei un Ragazzo, un coetaneo. RIFF RAFF: “The story of Stevie, a construction worker, and his girlfriend, an unemployed pop singer.” RAGAZZO Sei bellissima. E coraggiosa. Forte e dolce insieme. Tenera e decisa. Ho paura. Paura di perdermi completamente dentro i tuoi occhi. Promettimi che mi amerai per sempre. Promettimi che non mi lascerai mai. Promettimi che il nostro amore non finirà mai. RAGAZZA Stringimi. Stringimi forte. Non ti lascerò mai.

TITOLI – “SEQUENZE IMMACOLATE” – DI GIORGIO VIALI

2 Scorrono i titoli. PRESENTAZIONE PAOLA

3 – INTERNO SET – DAY All'improvviso si cambia punto di vista. Si vede che in realtà siamo all'interno di un set. Modesto e spartano. Dietro la telecamera una donna, Paola, la regista. Un'altra Ragazza vicino a lei, Monica. PAOLA Ok. Questa è fatta. Gli attori si alzano, commentano la scena. RAGAZZO Quando ci si vede la prossima volta? La scena sfuma sul nero e compare una citazione.

TELEFONATA – OMAGGIO A MICHEL GONDRY

4 – INTERNO SALOTTO – EVENING Paola è seduta sul divano mentre legge un libro. Si alza, si avvicina al telefono. Si accovaccia vicino al telefono e piange amaramente. Un lungo pianto sconsolato. Alcuni flashback di Paola con un Ragazzo.

DIALOGO (PRIMO)

5 – INTERNO SALOTTO – DAY In salotto, Paola e Monica sono sedute e parlano. PAOLA Inventare una storia vuol dire farsi delle domande profonde, andare a pescare all'interno di quella ristretta cerchia di sentimenti che sorreggono e danno un senso alla vita. Vuol dire entrare in sé stessi, senza paura, e guardare quello che nascondiamo in fondo al nostro essere. Voce fuori campo di Monica, mentre Paola parla. MONICA La passione per il video l'ha completamente catturata. La telecamera è il suo terzo occhio, il suo motivo d'esistere, il mezzo per creare, costruire, dire, fare, inventare, il filtro che le permette di vedere la verità, di forzare i rapporti sociali consueti ed entrare in profondità in sé stessa e negli altri. Non avrei mai pensato che un piccolo strumento, come una videocamera digitale, potesse diventare un motivo d'esistere; mai avrei pensato che la capacità di riprodurre il reale potesse diventare una ragione di vita. PAOLA Mi sento come un animale allo zoo. Mi sento osservata. Non ho un lavoro. Non voglio un lavoro. Non per essere diversa dagli altri. Ma perché voglio occuparmi di qualcosa che mi piaccia veramente, che mi dia soddisfazione, che mi appassioni e che mi gratifichi. Sa di essere una specie in via d'estinzione, che va protetta prima che l'omologazione diventi generalizzata. Sa che è importante occuparsi dei sogni, dell'immaginario. È importante accudire questi sogni, confrontarsi con il proprio immaginario.

VIDEOCAMERA – OMAGGIO A DOGMA95

6 – INTERNO SET – MORNING Paola gioca con la telecamera. Riprende e si riprende. Parla davanti alla telecamera. Si rotola per terra con la telecamera in mano. “Thus I make my vow of chastity”

PROVINO

7 – INTERNO SET – MORNING Suona il campanello. Paola scende e va ad aprire. Entra una ragazza, Renata. Non si conoscono. Si danno la mano. Paola invita Renata a seguirla. RENATA Cosa devo fare? PAOLA Prendi questa rivista. Siediti. La sfogli. Senza guardare in camera. Senza curarti della mia presenza. Fai finta di essere sola. Stai sfogliando questa rivista. Cerca una foto, un'immagine pubblicitaria che ti piaccia. Non la più bella in senso oggettivo, quella che piace di più a te, che smuove qualcosa all'interno di te, dei tuoi sogni, della tua vita emozionale. Cercala. Questo è il tuo compito. Non guardare in camera. Quando l'hai trovata me lo dici. Renata sfoglia la rivista. Collage di riprese. Tra quelle dirette di Paola e quelle indirette che vedono Paola muoversi intorno a Renata. RENATA Fatto. Scelgo questa. PAOLA Fammi vedere. Paola appoggia la telecamera e si mette a guardare con attenzione l'immagine scelta. PAOLA Proveremo a ricostruirla. Con te come protagonista. Quando hai tempo? RENATA Domani no! Venerdì pomeriggio può andar bene? PAOLA D'accordo.

DIALOGO (SECONDO)

8 – INTERNO SALOTTO – DAY Paola e Monica sedute. Paola legge. Monica la guarda. Voce fuori campo di Monica. MONICA Paola è sola. I momenti di pianto non tendono a scendere, mediamente, nell'arco di una giornata. Il suo amore se n'è andato. L'amore incondizionato, la gioia e la spensieratezza più intensa. PAOLA Ti ringrazio per essermi vicina. E non so come altro ringraziarti se non con queste semplici parole. Monica si avvicina a Paola e l'abbraccia. PAOLA Stavo pensando a quali scene mi siano rimaste impresse di più. Ho cominciato a pensare a quale sia il film che più mi ha segnato. E il primo pensiero è andato ad American Beauty. Bellezza ancora. La scena del sacchetto che vola, che si muove trascinato dal vento. Una scena senza macchia. Se per macchia intendiamo il peccato originale umano, quello di voler dare un senso a tutte le cose. Nei film di solito non si parla di altri film. CIACK

9 – INTERNO SET – DAY È stato allestito un set che ricostruisce lo sfondo dell'immagine pubblicitaria. Renata è al centro del set. Paola le dà delle indicazioni su come mettersi. È presente anche Monica. Ricostruiscono l'immagine pubblicitaria che Renata aveva scelto.

RIFLESSIONI – OMAGGIO AD ANDERSON

10 – INTERNO SET – EVENING Paola e Monica commentano il lavoro del mattino. PAOLA C'è qualcosa che non mi torna. Manca qualcosa. E non so cosa. Non riesco a capire cosa sia. Ha a che fare con la casualità. Un qualche evento casuale sconvolge la tranquillità della scena. Come la pioggia di rane in Magnolia.

CARTON – OMAGGIO A GIBSON

11 – INTERNO SET – DAY Un grande scatolone. Qualcuno ci ha costruito dentro la sua casa. Uno scatolone arredato. Aperto da un lato. Ma non completamente. Disteso dentro lo scatolone che dorme una Ragazza. Dentro un sacco a pelo. Stringe tra le mani una piccola videocamera. “She desperately hopes that he has found the right carton.” “There are too many objects here, in this tiny space. Towels and blankets and cooking pots on cardboard shelves. Books. A small television.” From: “ALL TOMORROW’S PARTIES”

GRACE – OMAGGIO A DOGVILLE

12 – INTERNO SET – DAY Paola dirige una Modella, arrendevole e passiva che fa tutto quello che le viene chiesto. Senza lamentarsi. Senza discutere. Cambio di vestiti. Cambio di pettinatura. Cambio di posa. Paola parla a sé stessa. Monologo sulla differenza tra agire e subire.

FINE

13 – INTERNO SET – DAY Paola è seduta davanti a una telecamera. Una donna la sta intervistando. GIORNALISTA Siamo in compagnia di Paola Vertari, l'ideatrice ormai famosa di quella forma di psicoterapia che ha preso il nome di videoterapia. Vuole raccontarci come le è nata l'idea della Video-Terapia? PAOLA Anni fa mi sono accorta, facendo delle riprese a una modella, di quanto intima potesse essere un incontro di ripresa. E di come la telecamera riuscisse a mettere in luce aspetti della personalità altrimenti non visibili. La scena sfuma sul nero. Titoli di coda.

Fine.

ARCHIVIO GIORGIO VIALI

OTTOBRE 2005

Bozza di sceneggiatura

ARCHIVIO

ARCHIVIO GIORGIO VIALI

OTTOBRE 2005

“Sequenze Immacolate”

(A Spotless Footage)

di Giorgio Viali

Bozza di sceneggiatura

Ottobre 2005

La passione per il video l'aveva completamente soggiogata. La telecamera era il suo terzo occhio, il suo motivo d'esistere, il mezzo per creare, costruire, dire, fare, inventare, il filtro che le permetteva di vedere la verità, di forzare i rapporti sociali consueti ed entrare in profondità in sè stessa e negli altri. Non avrebbe mai pensato che un piccolo strumento, come una videocamera digitale, potesse diventare il suo motivo d'esistere, mai avrebbe pensato che la capacità di riprodurre il reale potesse diventare la sua ragione di vita.

Ed ora era sola. I momenti di pianto non tendevano a scendere, mediamente, nell'arco di una giornata. Ed era sempre un pianto profondo, liberatorio e incessante. Ma doveva pur trovare un modo per uscire da quel dolore intenso che tendeva a sedimentarsi e che solo il pianto riusciva a smuovere e sradicare. Il marito, suo marito, se n'era andato. Ma non era per questo che piangeva. Piangeva perchè suo marito s'era portato con sè suo figlio, luce dei suoi occhi, l'amore incondizionato, la gioia e la spensieratezza più intensa.

Difficile conciliare questi due aspetti. Anche lei non riusciva a comprendere come convivessero entrambi dentro lo stesso cuore. Erano entrambi profondi ed intensi. Immacolati e insondabili. Incerti e determinati. Inflessibili e acerbi. Possedeva una piccola Panasonic. Comprata con pochi soldi. Comprata nuova in un grande centro commerciale. Era entrata già sapendo quale modello avrebbe comprato. Conoscendone già completamente le caratteristiche. I pregi ed i difetti. Ed usava una Sony, una vecchia Sony a 3 CCD, che un fotografo, conosciuto indirettamente, le prestava quando ne aveva bisogno. Aveva già realizzato tre cortometraggi, tre se si escludevano delle riprese, fatte molti anni prima, all'interno di una struttura che si occupava di persone con handicap psichico. Così si diceva allora. Oggi non sò come vengano definite. Persone con una grande sensibilità ma con l'incapacità di percepire i limiti. Aveva già relizzato tre cortometraggi. Non era il momento di parlarne. Quello che era importante è che era impaziente di iniziare una nuova avventura. Un nuovo laboratorio di immagini in movimento. Un laboratorio di sequenze di immagini. Come avrebbe voluto chiamarlo.

Scrivere la sceneggiatura era un momento molto gratificante. Molto piacevole. Inventare una storia voleva dire, per lei, porsi delle domande profonde, esistenziali, andare a pescare all'interno di quella cerchia ristretta di sentimenti che sorreggono e danno un senso alla nostra vita. Di cosa si sarebbe occupata questa volta? Di quale sentimento, di quale sogno, di quale passione? Era il momento di chiederselo. Il momento giusto. C'era qualcosa che non era riuscita ancora a far emergere. Sentiva la sua presenza, percepiva i suoi movimenti. Sapeva che c'era. Sapeva che abitava profondità inaudite. Ma aveva anche paura. Perchè sapeva che era qualcosa che poteva urtare contro il comune sentire delle persone. Della medietà e della sobrietà delle persone. Sapeva che era qualcosa che aveva a che fare con l'immaginario. Carico di improponibili e indefinibili forze di rottura, di schiacciamento e di autodefinizione.

Voleva confrontarsi con l'immaginario? Era questo quello che voleva? Voleva mettersi in gioco in questo ambito? Per far uscire allo scoperto quell'essere onnivoro e astuto che percepiva solamente, ma che era abile e inapprocciabile. Era un modo per tirar fuori qualcosa, per maturare, per confrontarsi con dei sogni cresciuti spontaneamente e che rischiavano, pur essendo infanti, di dominare tutto invadendo ogni spazio utile? Era il momento di farlo? Sì. Lo era. Non sapeva se avrebbe avuto il coraggio di andare fino in fondo. Sapeva che era il momento di farlo.

Qual'era il cibo preferito di quell'animale astuto e onnivoro che si muoveva in profondità? La televisione innanzitutto. La televisione. Accesa in qualsiasi momento, presentava sempre e comunque ripetute ed ossessive scene di una felicità irrealizzabile, di emozioni profonde ma effimere, accompagnate da musiche avvolgenti, appropriate,e convincenti, di incontri, di baci passionali, di lieti fini. La televisione, dunque, era prima in questa classifica. Seguita poi immediatemente da Internet. Internet con le sue mille strade, le sue mille tentazioni. L'immaginario era alimentato dalle innumerevoli immagini-situazioni, randomiche, dove gli elementi che facevano la differenza erano il luogo, le persone. E ulteriori elementi ancora non classificati, percepiti ma non definiti. Elementi che era il momento di indagare, di svelare, di portare alla luce.

E intanto il compurter era impegnato a convertire un filmato.

Quale poteva essere la storia da raccontare? Non doveva essere troppo riflessiva ( nel senso che non doveva riflettersi su sè stessa). Doveva essere “banale” e nelle pieghe della sua banalità doveva nascondere perle di bellezza e di saggezza. Pochi attori. Che partecipassero a gran parte della storia. Preferiva lavorare con attori. Non aveva bisogno di un alter ego femminile. Una storia di uomini, ma non necessariamente maschile.

Giovane abbastanza da aver capito come andava il mondo, vecchia non a sufficienza per aver imparato a schermare la luce diretta ed intensa delle emozioni reali. Irretita dentro questo sogno, questo universo di immagini in sequenza, come sempre, decise di passare dalle parole ai fatti. In prima persona. E dove prendere l'ispirazione se non dalle cose che la circondavano? Se non mescolando e facendo interagire elementi della quotidianità, contigui e perenni, con elementi incidenti e frammentati come una lettura o un bel film visto al cinema o alla televisione?

Una sera, rientrando a casa aveva notato una rivista, abbandonata sopra uno scatolone di carta, fuori del portone di un condominio, pronta per essere raccolta la mattina successiva e portata al macero. Era notte. Poca luce arrivava da un lampione lontano. E cominciava a rinfrescare in quella notte di fine settembre. Paola si era guardata intorno e poi aveva raccolto la rivista. A casa l'aveva sfogliata attentamente. Pochi articoli, un'infinità di immagini di moda. Accessori e vestiti. Belle immagini. Belle donne. L'immaginario nella sua purezza. Nella sua sostanza, Nella sua effimera consistente e perenne apparizione. Estasiata si era immersa in quel mare di seduzione, di sogni, di essenze parallele e inavvicinabili, sale della terra, pane della vita. Belle. Belle e profonde come l'immaginario. Si stava avvicinando alla sua preda? Forse. Ma appena la consapevolezza entrava in campo l'estasi e l'arrendevolezza si dileguavano come la notte all'arrivo dei primi raggi del sole. E lei ripiombava nella normalità di un'esistenza carica di dolore, di gridi soffocati, di notti ancora da passare prima che tutto potesse finire.

Quelle immagini erano troppo belle. E… c'erano. Nel senso che esistevano. Esistevano già. Avevano già un loro posto nel mondo. Effimero. Transitorio. Certo. Come tutto nella vita. Ma non per questo meno reale. Meno tangibile. Perchè? Perchè allora non utilizzare la provvisorietà di queste immagini per costruire qualcosa? Perchè non prenderle come spunto per un lavoro da realizzare? Prenderle come modello? Modelle d'un modello. Era la strada giusta? Era una strada. Un sentiero per il momento. Che poteva portarla dritta nel profondo della foresta incantata. Là dove i sogni si avverano e la realtà svanisce dentro emozioni forti e irripetibili. Proprio dove lei voleva arrivare. Era una traccia. Una piccola traccia. Un punto di partenza. Perchè allora non ricostruire quelle immagini? Ricrearle? Riproporle. Riutilizzarle. Riciclarle? Prenderne una, sceglierla e poi ricostruirla. Ricrearla. Con un'altra persona. Diversa nell'aspetto, diversa nel colore degli occhi o nella lunghezza dei capelli. Ricostrurila e riproporla. Ricandidarla ad una nuova possibilità. Aveva trovato dei sassolini. Qualcuno li aveva lasciati perchè fossero trovati e raccolti. Lei li aveva trovati. Nel buio di una notte di fine settembre. Forse era stato il buon Dio? Nelle favole di solito erano i bambini che seminavano dei sassolini. Suo figlio era un bambino. Magari li aveva lasciati suo figlio per permetterle di ritrovarlo. Di riabbracciarlo. Per permetterle prima di ritrovare sè stessa.

Il progetto consisteva, in sintesi, nello scegliere delle immagini, o farle scegliere alle attrici e agli attori, e ricrearle più simili possibili all'originale, tenendo l'originale come modello. Come punto di riferimento d'un lavoro che altrimenti non avrebbe avuto alcun senso. Last but not least … filmare il tutto. Filmare. Filmare il momento della scelta. Riprendere le conversazioni, i preparativi, i tentativi, i gesti e le emozioni. Riprendere tutto. Montarlo e riprodurlo. Rivenderlo. Ri-immertelo nel mondo. Con un'altra valenza. Con un'altra prospettiva. Con un'altra possibilità. Questo le permetteva di entrare nel mondo dell'immaginario, che tanto l'affascinava, di riprenderlo e riprendersi senza sensi di colpa, senza veli e senza vergogne. Iniziò a sfogliare le pagine della rivista. A soffermarsi sulle singole immagini. Era già da un'altra parte. Abitava già un altro universo. Una nuova dimensione. Non era più una lettrice, passiva e ottusa. Ma una viandante in cerca di una strada per trovare l'attimo. Per perdere il proprio passato e regalare la propria esistenza consapevolmente a qualcuno. Gratuitamente. Liberamente. Senza possibili o probabili conseguenze. Era libera di guardare quelle immagini. Pronta a ricostruirle.

ARCHIVIO GIORGIO VIALI

OTTOBRE 2005

“Sequenze Immacolate”

(A Spotless Footage)

di Giorgio Viali

Bozza di sceneggiatura

Ottobre 2005


Il ritratto di questa donna si delinea attraverso una complessa interazione di passioni, dolori e aspirazioni. La sua esistenza è segnata da una profonda dedizione all'arte del videomaking, un linguaggio che le consente di esplorare la realtà in modi che vanno oltre le convenzioni. La telecamera non è solo un oggetto per lei, ma un'estensione del suo essere, una sorta di terzo occhio che le permette di vedere e interpretare il mondo con maggiore intensità. Questa passione, però, è intrisa di un dolore straziante: la perdita del marito e, soprattutto, del figlio, che rappresenta la sua gioia più pura.

Nel suo animo convivono contrasti forti: da un lato, la brama di esplorare e creare, dall'altro il peso di un lutto che continua a farsi sentire. La sua solitudine è palpabile; i momenti di pianto, pur essendo un percorso liberatorio, non possono colmare il vuoto lasciato da chi ha amato di più. La sua mente è in tumulto, lacerata tra l'esigenza di esprimere sentimenti e la paura di affrontare temi delicati e controversi. Questo conflitto interiore le genera una sorta di paralisi creativa, un'insicurezza che la tiene in bilico tra il desiderio di realizzare qualcosa di significativo e la paura del giudizio altrui.

Le sue esperienze passate di realizzazione di cortometraggi e il suo approccio pratico all'acquisto della videocamera riflettono una persona determinata e riflessiva, che non si lascia intimidire dalla complessità del mondo audiovisivo. La sua creatività sembra nutrirsi di materiali semplici, di oggetti quotidiani, che diventano il punto di partenza per la sua narrazione. La rivista trovata per strada diventa un simbolo di bellezza e di aspirazione, un richiamo a un ideale di vita che sembra sfuggirle. La sua incapacità di accettare la bellezza effimera e il desiderio di ricrearla, di darle una nuova vita attraverso il suo lavoro, rivelano un animo sensibile e affamato di significato.

L'idea di riciclare e reinterpretare le immagini la spinge verso un percorso di autoconoscenza e di guarigione. La sua arte diventa un modo per affrontare il dolore, per confrontarsi con la sua storia e le sue perdite. In questa ricerca, ella non cerca solo di esprimere la propria sofferenza, ma anche di connettersi con gli altri, di dar voce a esperienze universali attraverso il suo lavoro. La possibilità di filmare il processo creativo, di catturare le emozioni e le interazioni, rappresenta un'opportunità per lei di riappropriarsi della sua vita e di ridare un senso a ciò che è stato perduto.

Si percepisce in lei una forza interiore, una resilienza che, sebbene messa a dura prova dal dolore, la spinge a continuare a cercare, a esplorare e a reinventarsi. Il suo viaggio è sia una fuga dal passato che un ritorno a se stessa, una riconciliazione con le parti di sé che erano rimaste in ombra. Attraverso il suo lavoro, la donna si propone di riscoprire la bellezza e la profondità delle emozioni, di trasformare il suo dolore in qualcosa di autentico e di prezioso.

In un mondo che tende a sovraccaricare di immagini e significati, lei cerca la sua voce unica, consapevole che l'arte può essere un potente strumento di liberazione e di connessione umana. La sua storia è quella di una donna in cammino, che, armata della sua videocamera, si propone di esplorare non solo il mondo esterno, ma anche i recessi più intimi del suo cuore.

MEDIAGRAMMI

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MEDIAGRAMMI

DI GIORGIO VIALI

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MEDIAGRAMMA - MEDIAGRAMMI

Il MEDIAGRAMMA è una nuova unità semantica e semiologica che rappresenta l'elemento minimo di contenuti mediatici, comprendendo sia contenuti testuali che visivi. In sociologia mediatica, questo concetto offre una terminologia innovativa che si distacca dal contesto digitale pre-social media. Analogamente a come un fotogramma indica una singola immagine, il mediagramma racchiude un'unità integrata di testo, significato e elementi visivi, diventando così un concetto fondamentale per analizzare e comprendere la comunicazione contemporanea.


MEDIAGRAMMA - MEDIAGRAMMI

Il mediagramma, come nuova unità semantica e semiologica, rappresenta un punto di svolta nel modo in cui concepiamo e analizziamo i contenuti mediatici. In un'epoca in cui la comunicazione è sempre più ibrida e interattiva, il mediagramma si configura come un elemento chiave per decifrare la complessità delle informazioni che ci circondano. Esso non si limita a essere una semplice giustapposizione di testo e immagini, ma funge da unità integrativa che unisce diversi strati di significato, riflettendo le dinamiche socioculturali contemporanee.

Dal punto di vista semiologico, il mediagramma può essere visto come un segno complesso, in cui il significante (l’elemento visivo e testuale) e il significato (l’interpretazione e l'interpretabilità di tali elementi) interagiscono in modi nuovi e variabili. Questa interazione è particolarmente rilevante nel contesto dei social media, dove il messaggio non è statico, ma evolve in base al feedback e all'interazione degli utenti. Ogni mediagramma diventa, quindi, un punto di partenza per una serie di interpretazioni, influenzate dal contesto culturale e sociale in cui viene ricevuto.

Inoltre, il mediagramma si distingue per la sua capacità di sintetizzare informazioni complesse in una forma immediatamente accessibile. Questa qualità è particolarmente preziosa in un'epoca caratterizzata da un sovraccarico informativo, dove la capacità di attirare l'attenzione e comunicare efficacemente è fondamentale. La combinazione di elementi visivi e testuali permette una comunicazione più diretta e coinvolgente, facilitando la comprensione e l'assimilazione del messaggio da parte del pubblico.

Considerando la sua applicazione nella sociologia mediatica, il mediagramma offre nuovi strumenti per analizzare le dinamiche relazionali e comunicative tra gli individui e i media. La sua natura ibrida riflette i cambiamenti nei modi di consumo dei contenuti, suggerendo che le persone non sono più semplici riceventi, ma attivi co-creatori di significato. Questo implica anche una revisione delle pratiche di produzione e distribuzione dei contenuti, dove il mediagramma diventa un’unità fondamentale per i marketer e i comunicatori, i quali devono considerare non solo il messaggio, ma anche come esso viene percepito e reinterpretato dal pubblico.

In sintesi, il mediagramma emerge come un concetto fondamentale per la comprensione della comunicazione contemporanea. Attraverso una lente semiologica, possiamo apprezzare come esso non solo catturi l'essenza dell'informazione, ma anche come contribuisca a plasmare le interazioni sociali e culturali nel panorama mediatico attuale. Con l'avvento dei social media e delle nuove tecnologie, il mediagramma diventa quindi non solo un'unità analitica, ma anche un indicatore di come stiamo ristrutturando le nostre relazioni con i media e con gli altri.


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Produco MEDIAGRAMMI ovvero CONTENUTI MEDIATICI (TESTI, IMMAGINI, VIDEO, INTERAZIONI)

Produco anche CONTENITORI per questi ELEMENTI MEDIATICI.

Prima di tutto IMMAGINO STORIE O SITUAZIONI.

IMMAGINO PERSONAGGI e TRAMA.

Poi PRODUCO dei CONTENITORI dove esporre i MEDIAGRAMMI.

ELABORO VARIAZIONI.

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Nel senso che posso avvalermi di INTERAZIONI con l'INTELLIGENZA ARTIFICIALE


GIORGIO VIALI

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