ARCHIVIO

ARCHIVIO SCENEGGIATURE

DI GIORGIO VIALI

FINZIONI URBANE

DI GIORGIO VIALI

GIUGNO 2016


Bozza di Sceneggiatura “Finzioni Urbane” di Giorgio Viali

FINZIONI URBANE
di: GIORGIO VIALI

Bozza di Sceneggiatura – 8 Giugno 2016 – Vicenza
Copyright di: GIORGIO VIALI

SINOSSI:

“Finzioni Urbane” di Giorgio Viali è un progetto ibrido: un progetto fotografico e cinematografico. Il progetto è iniziato a febbraio 2016. L'idea è quella di realizzare qualcosa che unisca architettura, fotografia e cinema, con particolare attenzione all'architettura moderna e contemporanea, e solo indirettamente all'architettura antica. Abbiamo iniziato contattando e incontrando una serie di architetti vicentini, realizzando una serie di fotografie di opere di architettura moderna a Vicenza. La prima fase ha preso il nome di “Forme Diffuse”. Terminata la fase di perlustrazione del territorio urbano e di incontri, abbiamo iniziato la seconda fase: la realizzazione di un racconto visivo, “Finzioni Urbane”. La protagonista del film è una giovane architetto precaria. Il film ruota intorno alla domanda che la protagonista, Arianna, si pone e a cui cerca di rispondere: “Come e cosa posso fare per far conoscere l'architettura moderna ai vicentini?” Il film segue Arianna durante una sua giornata, documentando alcuni dei suoi tentativi e idee per far “guardare” i vicentini, scoprendo le opere e gli architetti moderni che hanno costruito e definito le forme della città che abitano.

GLOSSARIO:

Genesi 2.20
“Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche.”
Liber Genesis 2.20
“Appellavitque Adam nominibus suis cuncta pecora et universa volatilia caeli et omnes bestias agri.”

Enfilade
In architettura, un'enfilade (o anche “infilata di stanze”) è una serie di stanze formalmente allineate l'una dopo l'altra.

Altana
L'altana, chiamata anche belvedere, è una piattaforma o loggetta posta nella parte più elevata di un edificio.


FINZIONI URBANE

PROLOGO

ESTERNO BASILICA – MATTINA
(Anche Vicenza è una “Grande Bellezza”?)
Un turista cinese (è un architetto) con macchina fotografica, un interprete e una guida italiana sostano davanti alla Basilica Palladiana. Il turista cinese scatta alcune foto, poi si rivolge all'interprete e, parlando in cinese, dice:

TURISTA CINESE
(Parla in cinese) Parole incomprensibili…
L'interprete, dopo aver ascoltato il turista, si rivolge alla guida e, in un italiano un po’ stentato, chiede:

INTERPRETE
L'architetto chiede se ci sono opere di architettura moderna a Vicenza che valga la pena di vedere…
La guida rimane in silenzio, cercando di verificare se ha qualcosa da rispondere. Per lei è una domanda inusuale.

GUIDA TURISTICA
Non lo so. Dica all'architetto che se vuole posso informarmi…
L'interprete parla in cinese con il turista. La scena sfuma con il gruppetto che si sposta sotto la Basilica del Palladio.


ARIANNA SI SVEGLIA

INTERNO LUOGO DA DEFINIRE – MATTINA
Arianna si sveglia. Controlla il cellulare (e/o il portatile) per vedere se ci sono messaggi o nuove mail. Niente messaggi, niente mail. Si veste, apre la borsa e controlla il portafoglio. Ci sono solo due banconote. Mette le sue cose dentro uno zainetto e si prepara a lasciare il posto.


ARIANNA CAMMINA PER LA CITTÀ

ESTERNO VIA DI VICENZA DA DEFINIRE – MATTINA
Arianna cammina per la città al mattino, con le sue cose: uno zainetto e una borsa. Ad un certo punto si ferma, si siede, estrae dallo zainetto alcuni biscotti e li mangia come colazione. Guarda la città che si sveglia.

ARIANNA
(MONOLOGO INTERIORE DELLA PROTAGONISTA)
Vicenza è il mio labirinto, il labirinto in cui ho scelto di vivere. Mi sento male se devo uscire dai confini urbani. Ho dei mancamenti se devo allontanarmi dalla città. L'architettura di Vicenza è diventata per me un'ossessione. Amo e odio ogni edificio, ogni villetta, ogni condominio, persino i pochi spazi “vuoti”, che vuoti non sono, essendo per lo più recintati, delimitati e definiti. Mi attraggono con insistenza e forza i luoghi ai limiti, quegli spazi disabitati e dismessi dove si rifugiano persone ai margini, disperati, dissoluti e parassiti. A Vicenza, come in ogni città, questi luoghi ci sono e definiscono la città stessa. Amo e odio il centro storico, scenografia perfetta e salotto bene, immagine rassicurante e fondante della città stessa, liturgia di forme. Città che non ha mai capito o meritato tale bellezza e la usa in modo provinciale e improprio. Quel fondale dovrebbe servire a mettere in evidenza la forza, il carattere o il coraggio dei cittadini che la abitano; e invece rimane qualcosa fine a se stessa perché non c'è nessun attore che possa degnamente calcare quel palco. Siamo tutte personcine ignobili in questo nordest che si è scoperto, una mattina, povero e impoverito. Anche se in fondo il nordest è sempre stato povero. Povero di cultura, di arte e di musica. Solo il lavoro ha avuto ed ha dignità in questa terra maledetta e sorda. Come ogni labirinto, come ogni città, anche Vicenza ha i suoi mostri. Perché ogni città ha i suoi mostri. Perché le paure sono innate nell'uomo e si risvegliano ogni volta che la notte scende e il buio ci avvolge. E l'architettura e gli architetti, nel loro costruire e definire luoghi e spazi, sono responsabili anche delle paure e dei mostri che li abitano. Una città scrive nei suoi palazzi, nelle sue opere, le sue paure, i mostri che può generare. Una città delega gli architetti a sovrintendere alle paure e ai mostri. Abbiano essi la forma di un minotauro o d'altro. Io sono già all'interno del labirinto. Lo abito da tempo. Devo solo decidermi a voler guardare negli occhi il mio mostro… O devo semplicemente riconoscere che i mostri non esistono. Ho girato in lungo e in largo questa città e non ho incontrato mostri. Non esistono. In compenso ho incontrato in questo periodo molti architetti. È molto più semplice e facile creare, ex novo, mostri che non definire storie attraverso la scoperta o l'incontro con singole identità individuali.


ARIANNA INCONTRA URBANISTA

INTERNO BAR – MATTINA
Arianna è seduta ad un tavolino di un bar di Vicenza e parla con un architetto (donna) con cui aveva appuntamento.

URBANISTA
Sono un architetto che ha sposato una visione più ampia, che è quella del progetto della città e del territorio e, dunque, anche del paesaggio. Ad essere sincera, vedo in giro moltissima edilizia (generalmente scadente) piuttosto che architettura. E vedo, purtroppo, pochissima attenzione per il progetto degli spazi pubblici… Ho visto le foto che hai fatto al Maruffa… Belle! È un luogo un po’ lunare. Triste. Dà il senso di una città in affanno. Un luogo nobilitato, per quel che può, dall’edificio progettato da Todescato, che mi sembra più che dignitoso. Ma tutt'attorno…

ARIANNA
Sono dei primi piani. Anzi, dei primissimi piani di architettura. E Maruffa rimane un luogo in qualche modo fuori dal tempo anche grazie a Todescato…

URBANISTA
Le foto che mi hai inviato sono molto belle, te lo ripeto, ma guardano all'architettura senza dire nulla del contesto. Veicolare questo messaggio, per me e per come la penso, è molto pericoloso. E ho come l'impressione di percorrere una strada profondamente diversa dalla tua. Mai mi passerebbe per la testa di riferirmi alla città storica/al paesaggio storico e alla bellezza che li contraddistingue ricorrendo al termine “brand”, come fai nella mail che mi hai inviato. Preferisco persone disposte a non vendersi. A segnare il terreno e a non oltrepassare quella linea. Palladio e la sua architettura sono ethos, non pathos.
(Pausa di silenzio)

URBANISTA
Dobbiamo abbandonare una visione romantica dell'architettura. L'architettura non ha niente a che fare con la bellezza. L'architettura è una disciplina sociale e politica. Non ci sono forme o segni che possano prevalere sulla quotidianità dell'abitare e del vivere sociale.
(Pausa)

URBANISTA
Organizzare una mostra fotografica sull'architettura moderna e contemporanea di Vicenza mi sembra francamente fuori tempo massimo. Considerato che oggi ci sono ben altre urgenze e priorità… Non c'è tempo per la bellezza, le forme e i segni quando una città come Vicenza permette e genera mostri… Quando a Vicenza palazzinari e aziende edili devastano il territorio e il paesaggio e derubano la collettività di luoghi, visioni e spazi…
(Pausa)

URBANISTA
Odio la Vicenza museale, olimpica e palladiana, la Vicenza ufficiale dell'amministrazione, del comune, degli enti istituzionali che si occupano del Palladio, l'Ordine degli Architetti, la stampa locale. Sono pericolosi. Anche se non sono mostri. Sono per lo più dei buchi neri, opachi e immobili. Inerti e inetti. A cui ci si rivolge solo per avere conferma della loro inutilità.


LAVORO PRECARIO

INTERNO CASA LAUREANDA – MATTINA
Arianna incontra una laureanda di architettura che sta aiutando nella stesura della tesi di laurea. Salotto casa della laureanda a Vicenza.

LAUREANDA
Il professore è stato contento dell'ultimo capitolo. Forse anche un po’ sorpreso. Non scrivere cose troppo originali nel prossimo capitolo, perché al professore potrebbe venire qualche dubbio.

ARIANNA
Per quando devo consegnarti il prossimo capitolo?

LAUREANDA
Fra quindici giorni…
La laureanda prende il suo portafogli e ne estrae tre banconote che dà ad Arianna.

LAUREANDA
Questo è quello che avevamo pattuito per il capitolo che hai appena scritto. E se non ti offendi, ho una camicetta… È nuova… che mi è troppo stretta… dovrebbe andarti bene…
La laureanda prende la camicetta e la dà ad Arianna, che ringrazia.

ARIANNA
Grazie.
La laureanda fa una pausa come se volesse prendere coraggio, poi…

LAUREANDA
Ti interesserebbe collaborare con me come fotografa? Come sai, ho un blog di moda e make-up e dovrei pubblicizzare dei prodotti di un'azienda di make-up americana che si chiama Palladio Beauty. “Professional-exclusive value make-up brand. Recognized by professional make-up artists for its performance with botanical and vitamin infused formula.” Ho bisogno che qualcuno/a mi faccia delle foto. L'idea è semplice: abbinare opere del Palladio ai trucchi di Palladio Beauty… Cerchiamo di sfruttare uno dei pochi brand che possediamo. Palladio è un brand spendibile all'estero e in Italia. Usiamolo…
Arianna aspetta un attimo e poi:

ARIANNA
Devo prima finire un progetto che ho in corso. Ti faccio sapere. Grazie.
Arianna e la laureanda si salutano.


LABORATORIO DI ILLUMINAZIONE

INTERNO LABORATORIO – POMERIGGIO
Arianna si muove curiosa tra le lampade del laboratorio. Quando ha bisogno di scrivere e riflettere, Arianna si reca in un laboratorio di illuminazione… Scena ancora da scrivere.


MONOLOGO CON VOCE FUORI CAMPO


TIPOGRAFIA

INTERNO TIPOGRAFIA – POMERIGGIO
Arianna segue il titolare della tipografia che la porta nel suo studio. Entrano e si siedono.

TITOLARE TIPOGRAFIA
Queste sono le 30 copie che mi aveva chiesto della locandina per la mostra fotografica.
Arianna prende le locandine e le sistema con cura nello zainetto. Poi estrae una bozza di un altro lavoro…

ARIANNA
Questa è la bozza di un altro lavoro che vorrei far stampare. Si tratta di una mini guida all'architettura moderna di Vicenza. È qualcosa di molto essenziale e riguarda 6 opere che vale la pena conoscere e visitare.
Il titolare della tipografia guarda la bozza, sembra incuriosito…

TITOLARE TIPOGRAFIA
Un bel lavoro. Guardi, come le dicevo per telefono, francamente non so se sono interessato a stamparne un centinaio di copie solo in cambio dell'inserimento del mio nome nello stampato… Non lo so… Ci penserò e le farò sapere, ok?

ARIANNA
Ok. Mi faccia sapere. Via mail o al cellulare?

TITOLARE TIPOGRAFIA
Certo. Mi scusi, ma adesso ho da fare. Sa come uscire?

ARIANNA
Certo. Grazie.
Prima di andarsene, il tipografo si ferma un attimo e:

TITOLARE TIPOGRAFIA
Mi scusi. Una curiosità. Perché la mostra fotografica si chiama “Genesi 2.20”?

ARIANNA
È un versetto della Bibbia: “L'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche.” La mostra vuole dare un nome e un'immagine alle opere di architettura moderna a Vicenza. Un modo per dare un'identità a queste opere non conosciute e abbinarle a un architetto che è ugualmente sconosciuto.

TITOLARE TIPOGRAFIA
I nomi… quindi… sono nomi di architetti?

ARIANNA
Albanese, Erseghe, Faresin, Gardella, Novello, Panciera, Papesso, Scarpa, Secone, Slaviero, Siza, Todescato, Traverso Vighy. Tutti architetti. Architetti che hanno operato a Vicenza. Molti, quasi tutti, sconosciuti ai più. Nomi che si son persi… Persone che hanno costruito pezzi di città di cui non si ha memoria.


LOCANDINE

ESTERNO VIA DI VICENZA DA DEFINIRE – POMERIGGIO
Arianna appende alcune locandine della mostra fotografica in un paio di luoghi importanti per l'architettura a Vicenza: Maruffa, Viale Milano o Sede CGIL, Contrà Quartiere… Scatta alcune fotografie delle locandine appese nei vari luoghi.


FOTOGRAFA

INTERNO CASA FOTOGRAFA – SERA
Arianna finisce di mangiare un panino e di bere qualcosa, poi, con la fotografa, siede davanti al computer e guardano le fotografie di Arianna, commentandole. Parlano di architettura e di fotografia.

FOTOGRAFA
L'architettura a volte “subisce” la fotografia. Lo sguardo di un fotografo oggi delimita e/o crea spazi visivi e forme che l'architetto non aveva pensato, visto o considerato. L'architettura può dipendere dallo sguardo di qualcuno che riesce ad immaginare altro da quello che è immediatamente visibile. L'architettura è definita sempre più spesso dallo sguardo di fotografi che sono in grado di ripensarla o che trovano in alcune opere spunti per trascendere forme concrete.
Durante la conversazione, la fotografa fa vedere ad Arianna il libro “Casa Ceschi” di Traverso-Vighy – Edizione Forma Vicenza 2010-2011 e il libro: “Itinerari di architettura vicentina contemporanea”, pubblicato dall'Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Vicenza – 2005. Sempre durante la conversazione, guardano le fotografie realizzate al Proti e parlano del film “Primo Amore” di Matteo Garrone (con Vitaliano Trevisan). Alcune scene del film “Primo Amore” sono state girate nel chiostro interno del Proti.


CARTOLINA

ESTERNO CONTRÀ QUARTIERE – SERA
Arianna estrae una cartolina dallo zainetto e una penna. È una cartolina che raffigura qualche edificio palladiano. Scrive. La cartolina viene indirizzata a: Carlo Scarpa presso Villa Valmarana, Vicenza. Dopo aver scritto l'indirizzo, Arianna si ferma a riflettere. Una volta deciso, scrive: “Caro Carlo… Con affetto e stima. Arianna.” – Un omaggio al film “Il ventre dell'architetto” (The Belly of an Architect) diretto da Peter Greenaway (l'architetto protagonista del film ruba cartoline e le invia all'architetto Étienne-Louis Boullée).


ALTANA

INTERNO ALTANA – NOTTE
Arianna si prepara per dormire in un'altana sui tetti di Vicenza. (L'altana, chiamata anche belvedere, è una piattaforma o loggetta posta nella parte più elevata di un edificio).
ARIANNA
I mostri e i miti vengono creati da quelli che non hanno la forza e il coraggio di perdersi dentro un labirinto (o un sottosuolo) (o dentro insiemi complessi) per poter incontrare delle verità.

5 luglio 2020


ARCHIVIO SCENEGGIATURE

DI GIORGIO VIALI

FINZIONI URBANE

DI GIORGIO VIALI

GIUGNO 2016

ARCHIVIO

ARCHIVIO SCENEGGIATURE

DI GIORGIO VIALI

NORDEST FILM

ANNO: 2008


Nordest Film
[Sceneggiatura]
Terza Revisione – 2008
di Giorgio Viali


NORDEST FILM [SCENEGGIATURA] – GIORGIO VIALI

SCENEGGIATURA 14 SETT. 08 – TERZA REVISIONE

TITOLI

NORDEST FILM TITOLI – BIANCO SU NERO

PRIMO EPISODIO – PADOVA

SCENEGGIATURA PADOVA – TERZA REVISIONE

CITTÀ DI PADOVA AL MATTINO

ESTERNO PADOVA – MATTINO

Immagini della città di Padova al mattino. Riprese veloci e frammentate, in stile videoclip. Voci varie in sottofondo. Frammenti di brani musicali.

SPEAKER RADIO

L'assoluta mancanza di partecipazione nelle scelte urbanistiche e territoriali e l'arroganza dei signori della città stanno imponendo uno stile di vita basato sulla legalità e sulla sicurezza, inquadrato dentro metri cubi di cemento residenziale per molti inarrivabile e in luoghi del consumo come i centri commerciali. Di questo cemento ne faremmo volentieri a meno ed è per questo che ci riappropriamo degli spazi vuoti destinati alla speculazione.

VOCE FEMMINILE

Una giovane studentessa padovana si è impiccata questa notte nella sua stanza. Non ha lasciato nessun biglietto. Tutto era stato predisposto con cura. Disperati i genitori, che non capiscono come sia potuto succedere.

POLITICO

Non c'è più il primo Veneto. Quello della povertà e dell'emigrazione. Non c'è più nemmeno il secondo Veneto. Quello dell'agiatezza diffusa e del continuo sviluppo. Il terzo Veneto deve affrontare nuove complessità e occuparsi della sostenibilità dello sviluppo e della qualità della vita. Il federalismo è la risposta giusta per il Sud, prima ancora che per il Nord, e quindi nel complesso la risposta per il rilancio del paese. Il federalismo è la madre di tutte le battaglie.

Altre voci, frammenti di notizie. Frammenti di conversazioni e dialoghi.

PRE-SELEZIONE

INTERNO STUDIO SELEZIONE PERSONALE – PD – MATTINO

Primo piano di una ragazza (Eleonora). Poi un'inquadratura della stanza in cui si trova: una stanza semplice e minimalista. Una sedia su cui è seduta Eleonora. Una telecamera che la riprende. Un'altra sedia in cui è seduta, di spalle, una psicologa.

PSICOLOGA

Come lei sa, questa è una ricerca di personale. Una pre-selezione. Lei accede a questa pre-selezione permettendo alla nostra azienda di utilizzare le immagini che registreremo. L'azienda potrà riprodurle, stamparle, pubblicarle. Le riprese serviranno sia per una valutazione della sua personalità, sia potranno essere utilizzate per motivi pubblicitari o promozionali. Adesso la lascerò sola. Lei ha tre minuti per raccontarci quello che crede. Le consiglio di iniziare con il proprio nome e cognome, data di nascita, indirizzo, titolo di studio e occupazione. È tutto chiaro? Domande?

ELEONORA

Tutto chiaro.

PSICOLOGA

Allora la lascio. Aspetti che io sia uscita per iniziare. Tornerò tra tre minuti.

Eleonora aspetta che la psicologa sia uscita.

ELEONORA

Mi chiamo Eleonora Masiero. Sono nata a Padova il 15 giugno 1985. Abito a Padova in Viale Europa n. 42. Sono laureata in Filosofia, con il punteggio di 105. Ho un lavoro saltuario, al sabato, in una libreria. Sono essenzialmente una mistica.

Credo! Fermamente credo. Credo nel bene, nella verità, nella bellezza, nella giustizia. Questa fede profonda è il centro della mia vita, il punto attorno a cui tutto ruota. E il mio cuore si riempie spesso di felicità quando riesco ad esprimere completamente questi valori.

Non c'è che il bene!

Non sono una cattolica bigotta o una sognatrice ingenua. Ho sperimentato, sperimento quotidianamente la forza del bene. Vedo quello che produce dentro di me, il bagliore che genera, la gioia che riempie le mie giornate.

In un mondo in cui la menzogna e l'ipocrisia regnano sovrane, la mia fede è una piccola luce. Che non può cambiare tutto, non può illuminare l'oscurità profonda, ma può produrre solo piccoli cambiamenti. Indispensabili affinché tutto non si spenga e muoia. Il bene che perseguo non è il bene degli altri. Non è il bene cristiano, che guarda e si muove solo fuori di noi stessi. Il bene di cui parlo parte dall'interiorità, dall'ascolto di se stessi.

Ho pensato a lungo a quello che avrei potuto raccontare di me stessa, a quale potesse essere l'argomento più difficile da affrontare. Senza nessuna intenzione di voler essere provocatoria o sovversiva. Quale potesse essere l'argomento più intimo e personale per raccontarmi e mostrarmi, per essere autentica. Poi ho capito. Quello che è più difficile da raccontare non è la nostra parte razionale, le nostre idee, le nostre convinzioni politiche e/o religiose. Quello che è più difficile da raccontare, condividere, è la parte istintiva, animale, pulsionale. Quello che ha a che fare con la nostra sfera desiderante, con il nostro immaginario e con la nostra vita sessuale.

Sono eterosessuale. Non ho mai avuto esperienze omosessuali. Mi masturbo. Provo piacere nell'autoerotismo.

L'ultimo rapporto sessuale completo l'ho avuto un mese fa. È stato un rapporto occasionale con un uomo che ho conosciuto in libreria. Mi ha invitato a casa sua. Mi ha baciato a lungo, mi ha accarezzato, poi mi ha spogliato e abbiamo fatto l'amore. Una specie di dono.

Si sente bussare. Eleonora si ferma. Rientra la psicologa.

PSICOLOGA

Come le dicevo, questa è una pre-selezione. Le faremo sapere nel giro di una settimana se dovrà presentarsi alla selezione vera e propria. Arrivederci e grazie!

Eleonora si alza ed esce.

INCONTRO CON PROFESSORE

INTERNO AULA UNIVERSITARIA – MATTINO

Eleonora entra in un'aula universitaria dove è appena terminata una lezione. Gli ultimi studenti stanno uscendo. Saluta il professore.

ELEONORA

Buongiorno, Professore.

PROFESSORE

Buongiorno! Ho letto il suo racconto. Questa città e i suoi abitanti sono veramente cambiati. Non mi aspettavo di leggere un racconto così. Padova ha una tradizione di lotte politiche, di impegno, di movimenti, di passione politica. E il suo racconto, invece, immagina questa città come un essere vivente, con dei punti energetici, con dei chakra, che vanno risvegliati, che hanno bisogno di autenticità e di verità. Il suo racconto mi ha sorpreso. Mi sono reso conto di essere vecchio, di non riuscire a comprenderne le implicazioni. Come pensare a un cambiamento partendo da queste premesse? Impossibile.

ELEONORA

Il passato, ce lo ha ripetuto migliaia di volte, non si ripete. Non ho idea di dove possa portarci questa parcellizzazione delle individualità, questa lontananza sempre più grande, questa difficoltà, se non impossibilità, di incontrarsi. Sembra veramente impensabile qualsiasi possibilità di cambiamento. Ma la natura trova sempre una strada. Costruisce dei luoghi, traccia dei percorsi, dove meno ci si aspetta. Trova il modo di lenire il dolore e costruire il futuro.

PROFESSORE

Sicuramente hai ragione. Ma mi mancano gli anni dell'impegno sociale e politico. La passione negli occhi dei giovani, la loro capacità di riunirsi, aggregarsi, combattere. Oggi sembra tutto immobile, tutto irrecuperabile, tutto al di fuori della nostra portata. Per quanto riguarda il tuo racconto, l'ho passato a un mio amico di una casa editrice. Stiamo a vedere. Dovresti scriverne qualcun altro. Adesso ti lascio, che ho un'altra lezione.

SOTTOPASSAGGIO

ESTERNO CAVALCAVIA – MATTINO

Eleonora lascia la strada asfaltata e si avventura in una zona incolta. Si avvicina a uno spazio sotto un cavalcavia. In questo spazio c'è un grande tabellone pubblicitario abbandonato dove sono appese tante fotografie. Sono tutte fotografie di tagli, ferite, lesioni. Eleonora si siede e rimane in silenzio guardando queste immagini. Poi ne prende una e la porta con sé!

SECONDO EPISODIO – VICENZA

SCENEGGIATURA VICENZA – TERZA REVISIONE

NEGOZIO

INTERNO NEGOZIO – VI – MATTINO

Monica, una donna sui 35 anni, si muove all'interno di un negozio alla ricerca di un paio di jeans. Vestita elegantemente, si muove con disinvoltura. Fuori campo si sentono le voci di alcune adolescenti che parlano di modelli di jeans esposti nel negozio.

ADOLESCENTI

Bellissimi questi jeans. Li comprerei tutti. Li vorrei tutti. Sono troppo belli. E questi? Bellissimi…

COMPAGNO DI SCUOLA

Ciao… Monica! Come stai? Da quanto tempo? Non ti ricordi?

MONICA

Sì, certo! È solo che è passato molto tempo e non mi aspettavo proprio di rivederti.

Monica è colta alla sprovvista. Ma solo per pochi secondi, poi riprende il controllo della situazione e la sua sicurezza e determinazione.

COMPAGNO DI SCUOLA

Eri la più bella del liceo. Ci hai fatto impazzire tutti. Ma non tanto e non solo per la tua bellezza, ma per la tua dose di autonomia e di ribellione. Sapevi liquidare con poche parole la società consumistica e sapevi… ti ricordi dell'occupazione? Hai sfidato il preside davanti a tutta la scuola. E sei stata sospesa per cinque giorni… Anarchica insurrezionalista…

MONICA

È passato molto tempo e, come ti dicevo, mi ha fatto piacere rivederti, ma sono di fretta e devo andare…

COMPAGNO DI SCUOLA

Non puoi andartene così dopo che non ci si vede da… quindici anni. Certo che sei proprio irriconoscibile. Sei completamente cambiata! Guarda come sei vestita… Cosa fai nella vita? Sei sposata? C'erano molti che scommettevano che tu fossi lesbica.

MONICA

Scusami veramente. Mi fermerei volentieri a chiacchierare con te, ma come ti dicevo sono di fretta. Un'altra volta.

COMPAGNO DI SCUOLA

Dimmi almeno cosa fai? Di cosa ti occupi?

MONICA

Di marketing. Curo l'immagine di alcune aziende. L'immagine oggi è più importante del contenuto.

Monica lascia il suo compagno di scuola ed esce dal negozio. Camminando, passa davanti a una vetrina che espone televisori. Su uno schermo ci sono le immagini di Eleonora e della sua pre-selezione.

STANZA D'ALBERGO

INTERNO STANZA D'ALBERGO – PRIMO POMERIGGIO

La compagna di Monica è inquadrata di spalle, seduta sul bordo del letto. Si gira e guardando in camera:

COMPAGNA

Ho deciso! Questa è l'ultima volta che ci vediamo.

Poi abbassa lo sguardo, si mette una maglietta e si alza.

COMPAGNA

Ci ho pensato a lungo. E questa è la mia decisione. Sei inaccessibile. Ti sei costruita una vita, una professione, che non sono accessibili a nessuno. È difficile vederti e riconoscerti dietro queste pareti spesse e inospitali. Non so più chi tu sia, se tu sia viva. Che cosa pensi, cosa vorresti. Non c'è uno spiraglio da cui si possa capire, da cui si possa vedere qualcosa. Non sei più capace di darti, di perderti, di smarrirti. Sei sempre e solo sicura di te stessa. Anche quando facciamo l'amore.

Monica entra nel bagno, chiude la porta e vomita. Poi si stende sul pavimento del bagno. Si sente bussare alla porta del bagno.

COMPAGNA

Me ne sto andando. Buona fortuna!

TERZO EPISODIO – VERONA

SCENEGGIATURA VERONA – TERZA REVISIONE

VERONA

INTERNO STUDIO FOTOGRAFICO – TARDO POMERIGGIO

Primo piano di una donna (Anna), 40-45 anni. In sottofondo, fuori campo, una radio o una televisione. Un'intervista:

INTERVISTATO

Oh, se il microbo ha infettato la macrosocietà! La sta divorando, come un cancro terminale. Il guaio è che nessuno pensa alla chemio. Solo aspirine.

E intanto i bambini sono totalmente schizzati. Credimi, sono molto più 'fuori' le generazioni del Duemila che gli 'sbandati' che incontrai a Verona alla fine degli anni '70. Ma questa è un'altra storia.

INTERVISTATORE

Nel suo ultimo libro lei cerca di tratteggiare le linee di sviluppo del Nordest…

INTERVISTATO

Esatto. Almeno tre diverse fasi hanno caratterizzato l'area in questo periodo. Prima c'è stata quella dell'espansione silenziosa, poi quella della protesta che ha assunto anche toni clamorosi, soprattutto per la carenza di infrastrutture. Ora è sopravvenuto una sorta di distacco critico che però punta molto sul recupero della qualità della vita.

Anna nello studio sta esaminando una serie di fotografie con una collega fotografa, per decidere quali esporre a una mostra. Un grande tavolo, molte foto stese sul tavolo. Sono tutte foto in bianco e nero di persone con sullo sfondo monumenti, case, edifici della città. C'è anche una foto che ritrae Monica mentre passa davanti al negozio di televisori. Nella foto si vede anche, in un televisore, il viso di Eleonora.

ANNA

Questa rimane la mia preferita e mi piacerebbe che finisse nella copertina del catalogo della mostra. Che ne dici?

FOTOGRAFA

Sono d'accordo con te. Piace molto anche a me, anche se ce n'è un'altra che mi piace molto.

Prende un'altra foto e la guardano insieme: il ritratto di una donna seduta su una sedia in una semplice cucina.

ANNA

È mia mamma. Non me la sento di pubblicarla. Troppo personale!

FOTOGRAFA

Hai fatto veramente un bel lavoro. Un po' ti invidio. Sei riuscita a guardare in profondità dentro gli occhi e l'anima di questa città. Senza presunzioni, senza voler strafare. Con calma e tranquillità, con la fiducia in questa terra in cui abiti…

ANNA

Non è stato facile! C'è voluto molto tempo. Ho dovuto imparare ad aspettare, provare e riprovare, sbagliare tante volte. Tanti incontri inutili, tante foto sprecate. Per cosa? Per una bellezza mediata… A volte penso che in realtà queste foto non valgano niente e il valore invece sia stato nel muoversi in un territorio, in una città, incontrare persone, cercare di guardarle negli occhi, chiedere loro di guardarsi. Come una specie di animale che si muove in un ecosistema e, pur se piccolo, ha una funzione importante nell'equilibrio dell'insieme. Poi ci sono foto come questa (la foto con Monica ed Eleonora) che non dipendono dal mio lavoro ma che sento abbiano un significato. Al di là della mia ricerca, della mia pazienza, del mio intuito. Ci sono delle cose che sono al di fuori della nostra portata. C'è una bellezza che per fortuna non dipende da noi e che noi qualche volta riusciamo casualmente a riprendere.

Mentre stanno guardando altre fotografie, arriva una telefonata. Anna risponde. La chiamano dalla casa di riposo dove soggiorna la madre per avvertirla che sua mamma sta male e la invitano a passare prima possibile.

STANZA CASA DI CURA

INTERNO CASA DI RIPOSO – TARDO POMERIGGIO

Una donna anziana sbraita e grida frasi senza senso. Vuole spogliarsi. Cerca di togliersi tutti i vestiti, anche se un'infermiera cerca di fermarla. Violentemente e con forza riesce a togliersi la camicia e inizia a girare per la stanza svestita, gridando. Entra Anna e cerca di rasserenarla, inutilmente.

TITOLI DI CODA – NORDEST FILM


ARCHIVIO SCENEGGIATURE

DI GIORGIO VIALI

NORDEST FILM

ANNO: 2008

ARCHIVIO

ARCHIVIO GIORGIO VIALI

OTTOBRE 2005

Bozza di sceneggiatura

Ottobre 2005

BOZZA SCENEGGIATURA DI “A SPOTLESS FOOTAGE” GIORGIO VIALI Ottobre 2005

INIZIO FILM – OMAGGIO A KEN LOACH – RIFF RAFF

1 – INTERNO SET – DAY Una giovane Ragazza è seduta sopra un materasso steso per terra. Vicino a lei un Ragazzo, un coetaneo. RIFF RAFF: “The story of Stevie, a construction worker, and his girlfriend, an unemployed pop singer.” RAGAZZO Sei bellissima. E coraggiosa. Forte e dolce insieme. Tenera e decisa. Ho paura. Paura di perdermi completamente dentro i tuoi occhi. Promettimi che mi amerai per sempre. Promettimi che non mi lascerai mai. Promettimi che il nostro amore non finirà mai. RAGAZZA Stringimi. Stringimi forte. Non ti lascerò mai.

TITOLI – “SEQUENZE IMMACOLATE” – DI GIORGIO VIALI

2 Scorrono i titoli. PRESENTAZIONE PAOLA

3 – INTERNO SET – DAY All'improvviso si cambia punto di vista. Si vede che in realtà siamo all'interno di un set. Modesto e spartano. Dietro la telecamera una donna, Paola, la regista. Un'altra Ragazza vicino a lei, Monica. PAOLA Ok. Questa è fatta. Gli attori si alzano, commentano la scena. RAGAZZO Quando ci si vede la prossima volta? La scena sfuma sul nero e compare una citazione.

TELEFONATA – OMAGGIO A MICHEL GONDRY

4 – INTERNO SALOTTO – EVENING Paola è seduta sul divano mentre legge un libro. Si alza, si avvicina al telefono. Si accovaccia vicino al telefono e piange amaramente. Un lungo pianto sconsolato. Alcuni flashback di Paola con un Ragazzo.

DIALOGO (PRIMO)

5 – INTERNO SALOTTO – DAY In salotto, Paola e Monica sono sedute e parlano. PAOLA Inventare una storia vuol dire farsi delle domande profonde, andare a pescare all'interno di quella ristretta cerchia di sentimenti che sorreggono e danno un senso alla vita. Vuol dire entrare in sé stessi, senza paura, e guardare quello che nascondiamo in fondo al nostro essere. Voce fuori campo di Monica, mentre Paola parla. MONICA La passione per il video l'ha completamente catturata. La telecamera è il suo terzo occhio, il suo motivo d'esistere, il mezzo per creare, costruire, dire, fare, inventare, il filtro che le permette di vedere la verità, di forzare i rapporti sociali consueti ed entrare in profondità in sé stessa e negli altri. Non avrei mai pensato che un piccolo strumento, come una videocamera digitale, potesse diventare un motivo d'esistere; mai avrei pensato che la capacità di riprodurre il reale potesse diventare una ragione di vita. PAOLA Mi sento come un animale allo zoo. Mi sento osservata. Non ho un lavoro. Non voglio un lavoro. Non per essere diversa dagli altri. Ma perché voglio occuparmi di qualcosa che mi piaccia veramente, che mi dia soddisfazione, che mi appassioni e che mi gratifichi. Sa di essere una specie in via d'estinzione, che va protetta prima che l'omologazione diventi generalizzata. Sa che è importante occuparsi dei sogni, dell'immaginario. È importante accudire questi sogni, confrontarsi con il proprio immaginario.

VIDEOCAMERA – OMAGGIO A DOGMA95

6 – INTERNO SET – MORNING Paola gioca con la telecamera. Riprende e si riprende. Parla davanti alla telecamera. Si rotola per terra con la telecamera in mano. “Thus I make my vow of chastity”

PROVINO

7 – INTERNO SET – MORNING Suona il campanello. Paola scende e va ad aprire. Entra una ragazza, Renata. Non si conoscono. Si danno la mano. Paola invita Renata a seguirla. RENATA Cosa devo fare? PAOLA Prendi questa rivista. Siediti. La sfogli. Senza guardare in camera. Senza curarti della mia presenza. Fai finta di essere sola. Stai sfogliando questa rivista. Cerca una foto, un'immagine pubblicitaria che ti piaccia. Non la più bella in senso oggettivo, quella che piace di più a te, che smuove qualcosa all'interno di te, dei tuoi sogni, della tua vita emozionale. Cercala. Questo è il tuo compito. Non guardare in camera. Quando l'hai trovata me lo dici. Renata sfoglia la rivista. Collage di riprese. Tra quelle dirette di Paola e quelle indirette che vedono Paola muoversi intorno a Renata. RENATA Fatto. Scelgo questa. PAOLA Fammi vedere. Paola appoggia la telecamera e si mette a guardare con attenzione l'immagine scelta. PAOLA Proveremo a ricostruirla. Con te come protagonista. Quando hai tempo? RENATA Domani no! Venerdì pomeriggio può andar bene? PAOLA D'accordo.

DIALOGO (SECONDO)

8 – INTERNO SALOTTO – DAY Paola e Monica sedute. Paola legge. Monica la guarda. Voce fuori campo di Monica. MONICA Paola è sola. I momenti di pianto non tendono a scendere, mediamente, nell'arco di una giornata. Il suo amore se n'è andato. L'amore incondizionato, la gioia e la spensieratezza più intensa. PAOLA Ti ringrazio per essermi vicina. E non so come altro ringraziarti se non con queste semplici parole. Monica si avvicina a Paola e l'abbraccia. PAOLA Stavo pensando a quali scene mi siano rimaste impresse di più. Ho cominciato a pensare a quale sia il film che più mi ha segnato. E il primo pensiero è andato ad American Beauty. Bellezza ancora. La scena del sacchetto che vola, che si muove trascinato dal vento. Una scena senza macchia. Se per macchia intendiamo il peccato originale umano, quello di voler dare un senso a tutte le cose. Nei film di solito non si parla di altri film. CIACK

9 – INTERNO SET – DAY È stato allestito un set che ricostruisce lo sfondo dell'immagine pubblicitaria. Renata è al centro del set. Paola le dà delle indicazioni su come mettersi. È presente anche Monica. Ricostruiscono l'immagine pubblicitaria che Renata aveva scelto.

RIFLESSIONI – OMAGGIO AD ANDERSON

10 – INTERNO SET – EVENING Paola e Monica commentano il lavoro del mattino. PAOLA C'è qualcosa che non mi torna. Manca qualcosa. E non so cosa. Non riesco a capire cosa sia. Ha a che fare con la casualità. Un qualche evento casuale sconvolge la tranquillità della scena. Come la pioggia di rane in Magnolia.

CARTON – OMAGGIO A GIBSON

11 – INTERNO SET – DAY Un grande scatolone. Qualcuno ci ha costruito dentro la sua casa. Uno scatolone arredato. Aperto da un lato. Ma non completamente. Disteso dentro lo scatolone che dorme una Ragazza. Dentro un sacco a pelo. Stringe tra le mani una piccola videocamera. “She desperately hopes that he has found the right carton.” “There are too many objects here, in this tiny space. Towels and blankets and cooking pots on cardboard shelves. Books. A small television.” From: “ALL TOMORROW’S PARTIES”

GRACE – OMAGGIO A DOGVILLE

12 – INTERNO SET – DAY Paola dirige una Modella, arrendevole e passiva che fa tutto quello che le viene chiesto. Senza lamentarsi. Senza discutere. Cambio di vestiti. Cambio di pettinatura. Cambio di posa. Paola parla a sé stessa. Monologo sulla differenza tra agire e subire.

FINE

13 – INTERNO SET – DAY Paola è seduta davanti a una telecamera. Una donna la sta intervistando. GIORNALISTA Siamo in compagnia di Paola Vertari, l'ideatrice ormai famosa di quella forma di psicoterapia che ha preso il nome di videoterapia. Vuole raccontarci come le è nata l'idea della Video-Terapia? PAOLA Anni fa mi sono accorta, facendo delle riprese a una modella, di quanto intima potesse essere un incontro di ripresa. E di come la telecamera riuscisse a mettere in luce aspetti della personalità altrimenti non visibili. La scena sfuma sul nero. Titoli di coda.

Fine.

ARCHIVIO GIORGIO VIALI

OTTOBRE 2005

Bozza di sceneggiatura

ARCHIVIO

ARCHIVIO GIORGIO VIALI

OTTOBRE 2005

“Sequenze Immacolate”

(A Spotless Footage)

di Giorgio Viali

Bozza di sceneggiatura

Ottobre 2005

La passione per il video l'aveva completamente soggiogata. La telecamera era il suo terzo occhio, il suo motivo d'esistere, il mezzo per creare, costruire, dire, fare, inventare, il filtro che le permetteva di vedere la verità, di forzare i rapporti sociali consueti ed entrare in profondità in sè stessa e negli altri. Non avrebbe mai pensato che un piccolo strumento, come una videocamera digitale, potesse diventare il suo motivo d'esistere, mai avrebbe pensato che la capacità di riprodurre il reale potesse diventare la sua ragione di vita.

Ed ora era sola. I momenti di pianto non tendevano a scendere, mediamente, nell'arco di una giornata. Ed era sempre un pianto profondo, liberatorio e incessante. Ma doveva pur trovare un modo per uscire da quel dolore intenso che tendeva a sedimentarsi e che solo il pianto riusciva a smuovere e sradicare. Il marito, suo marito, se n'era andato. Ma non era per questo che piangeva. Piangeva perchè suo marito s'era portato con sè suo figlio, luce dei suoi occhi, l'amore incondizionato, la gioia e la spensieratezza più intensa.

Difficile conciliare questi due aspetti. Anche lei non riusciva a comprendere come convivessero entrambi dentro lo stesso cuore. Erano entrambi profondi ed intensi. Immacolati e insondabili. Incerti e determinati. Inflessibili e acerbi. Possedeva una piccola Panasonic. Comprata con pochi soldi. Comprata nuova in un grande centro commerciale. Era entrata già sapendo quale modello avrebbe comprato. Conoscendone già completamente le caratteristiche. I pregi ed i difetti. Ed usava una Sony, una vecchia Sony a 3 CCD, che un fotografo, conosciuto indirettamente, le prestava quando ne aveva bisogno. Aveva già realizzato tre cortometraggi, tre se si escludevano delle riprese, fatte molti anni prima, all'interno di una struttura che si occupava di persone con handicap psichico. Così si diceva allora. Oggi non sò come vengano definite. Persone con una grande sensibilità ma con l'incapacità di percepire i limiti. Aveva già relizzato tre cortometraggi. Non era il momento di parlarne. Quello che era importante è che era impaziente di iniziare una nuova avventura. Un nuovo laboratorio di immagini in movimento. Un laboratorio di sequenze di immagini. Come avrebbe voluto chiamarlo.

Scrivere la sceneggiatura era un momento molto gratificante. Molto piacevole. Inventare una storia voleva dire, per lei, porsi delle domande profonde, esistenziali, andare a pescare all'interno di quella cerchia ristretta di sentimenti che sorreggono e danno un senso alla nostra vita. Di cosa si sarebbe occupata questa volta? Di quale sentimento, di quale sogno, di quale passione? Era il momento di chiederselo. Il momento giusto. C'era qualcosa che non era riuscita ancora a far emergere. Sentiva la sua presenza, percepiva i suoi movimenti. Sapeva che c'era. Sapeva che abitava profondità inaudite. Ma aveva anche paura. Perchè sapeva che era qualcosa che poteva urtare contro il comune sentire delle persone. Della medietà e della sobrietà delle persone. Sapeva che era qualcosa che aveva a che fare con l'immaginario. Carico di improponibili e indefinibili forze di rottura, di schiacciamento e di autodefinizione.

Voleva confrontarsi con l'immaginario? Era questo quello che voleva? Voleva mettersi in gioco in questo ambito? Per far uscire allo scoperto quell'essere onnivoro e astuto che percepiva solamente, ma che era abile e inapprocciabile. Era un modo per tirar fuori qualcosa, per maturare, per confrontarsi con dei sogni cresciuti spontaneamente e che rischiavano, pur essendo infanti, di dominare tutto invadendo ogni spazio utile? Era il momento di farlo? Sì. Lo era. Non sapeva se avrebbe avuto il coraggio di andare fino in fondo. Sapeva che era il momento di farlo.

Qual'era il cibo preferito di quell'animale astuto e onnivoro che si muoveva in profondità? La televisione innanzitutto. La televisione. Accesa in qualsiasi momento, presentava sempre e comunque ripetute ed ossessive scene di una felicità irrealizzabile, di emozioni profonde ma effimere, accompagnate da musiche avvolgenti, appropriate,e convincenti, di incontri, di baci passionali, di lieti fini. La televisione, dunque, era prima in questa classifica. Seguita poi immediatemente da Internet. Internet con le sue mille strade, le sue mille tentazioni. L'immaginario era alimentato dalle innumerevoli immagini-situazioni, randomiche, dove gli elementi che facevano la differenza erano il luogo, le persone. E ulteriori elementi ancora non classificati, percepiti ma non definiti. Elementi che era il momento di indagare, di svelare, di portare alla luce.

E intanto il compurter era impegnato a convertire un filmato.

Quale poteva essere la storia da raccontare? Non doveva essere troppo riflessiva ( nel senso che non doveva riflettersi su sè stessa). Doveva essere “banale” e nelle pieghe della sua banalità doveva nascondere perle di bellezza e di saggezza. Pochi attori. Che partecipassero a gran parte della storia. Preferiva lavorare con attori. Non aveva bisogno di un alter ego femminile. Una storia di uomini, ma non necessariamente maschile.

Giovane abbastanza da aver capito come andava il mondo, vecchia non a sufficienza per aver imparato a schermare la luce diretta ed intensa delle emozioni reali. Irretita dentro questo sogno, questo universo di immagini in sequenza, come sempre, decise di passare dalle parole ai fatti. In prima persona. E dove prendere l'ispirazione se non dalle cose che la circondavano? Se non mescolando e facendo interagire elementi della quotidianità, contigui e perenni, con elementi incidenti e frammentati come una lettura o un bel film visto al cinema o alla televisione?

Una sera, rientrando a casa aveva notato una rivista, abbandonata sopra uno scatolone di carta, fuori del portone di un condominio, pronta per essere raccolta la mattina successiva e portata al macero. Era notte. Poca luce arrivava da un lampione lontano. E cominciava a rinfrescare in quella notte di fine settembre. Paola si era guardata intorno e poi aveva raccolto la rivista. A casa l'aveva sfogliata attentamente. Pochi articoli, un'infinità di immagini di moda. Accessori e vestiti. Belle immagini. Belle donne. L'immaginario nella sua purezza. Nella sua sostanza, Nella sua effimera consistente e perenne apparizione. Estasiata si era immersa in quel mare di seduzione, di sogni, di essenze parallele e inavvicinabili, sale della terra, pane della vita. Belle. Belle e profonde come l'immaginario. Si stava avvicinando alla sua preda? Forse. Ma appena la consapevolezza entrava in campo l'estasi e l'arrendevolezza si dileguavano come la notte all'arrivo dei primi raggi del sole. E lei ripiombava nella normalità di un'esistenza carica di dolore, di gridi soffocati, di notti ancora da passare prima che tutto potesse finire.

Quelle immagini erano troppo belle. E… c'erano. Nel senso che esistevano. Esistevano già. Avevano già un loro posto nel mondo. Effimero. Transitorio. Certo. Come tutto nella vita. Ma non per questo meno reale. Meno tangibile. Perchè? Perchè allora non utilizzare la provvisorietà di queste immagini per costruire qualcosa? Perchè non prenderle come spunto per un lavoro da realizzare? Prenderle come modello? Modelle d'un modello. Era la strada giusta? Era una strada. Un sentiero per il momento. Che poteva portarla dritta nel profondo della foresta incantata. Là dove i sogni si avverano e la realtà svanisce dentro emozioni forti e irripetibili. Proprio dove lei voleva arrivare. Era una traccia. Una piccola traccia. Un punto di partenza. Perchè allora non ricostruire quelle immagini? Ricrearle? Riproporle. Riutilizzarle. Riciclarle? Prenderne una, sceglierla e poi ricostruirla. Ricrearla. Con un'altra persona. Diversa nell'aspetto, diversa nel colore degli occhi o nella lunghezza dei capelli. Ricostrurila e riproporla. Ricandidarla ad una nuova possibilità. Aveva trovato dei sassolini. Qualcuno li aveva lasciati perchè fossero trovati e raccolti. Lei li aveva trovati. Nel buio di una notte di fine settembre. Forse era stato il buon Dio? Nelle favole di solito erano i bambini che seminavano dei sassolini. Suo figlio era un bambino. Magari li aveva lasciati suo figlio per permetterle di ritrovarlo. Di riabbracciarlo. Per permetterle prima di ritrovare sè stessa.

Il progetto consisteva, in sintesi, nello scegliere delle immagini, o farle scegliere alle attrici e agli attori, e ricrearle più simili possibili all'originale, tenendo l'originale come modello. Come punto di riferimento d'un lavoro che altrimenti non avrebbe avuto alcun senso. Last but not least … filmare il tutto. Filmare. Filmare il momento della scelta. Riprendere le conversazioni, i preparativi, i tentativi, i gesti e le emozioni. Riprendere tutto. Montarlo e riprodurlo. Rivenderlo. Ri-immertelo nel mondo. Con un'altra valenza. Con un'altra prospettiva. Con un'altra possibilità. Questo le permetteva di entrare nel mondo dell'immaginario, che tanto l'affascinava, di riprenderlo e riprendersi senza sensi di colpa, senza veli e senza vergogne. Iniziò a sfogliare le pagine della rivista. A soffermarsi sulle singole immagini. Era già da un'altra parte. Abitava già un altro universo. Una nuova dimensione. Non era più una lettrice, passiva e ottusa. Ma una viandante in cerca di una strada per trovare l'attimo. Per perdere il proprio passato e regalare la propria esistenza consapevolmente a qualcuno. Gratuitamente. Liberamente. Senza possibili o probabili conseguenze. Era libera di guardare quelle immagini. Pronta a ricostruirle.

ARCHIVIO GIORGIO VIALI

OTTOBRE 2005

“Sequenze Immacolate”

(A Spotless Footage)

di Giorgio Viali

Bozza di sceneggiatura

Ottobre 2005


Il ritratto di questa donna si delinea attraverso una complessa interazione di passioni, dolori e aspirazioni. La sua esistenza è segnata da una profonda dedizione all'arte del videomaking, un linguaggio che le consente di esplorare la realtà in modi che vanno oltre le convenzioni. La telecamera non è solo un oggetto per lei, ma un'estensione del suo essere, una sorta di terzo occhio che le permette di vedere e interpretare il mondo con maggiore intensità. Questa passione, però, è intrisa di un dolore straziante: la perdita del marito e, soprattutto, del figlio, che rappresenta la sua gioia più pura.

Nel suo animo convivono contrasti forti: da un lato, la brama di esplorare e creare, dall'altro il peso di un lutto che continua a farsi sentire. La sua solitudine è palpabile; i momenti di pianto, pur essendo un percorso liberatorio, non possono colmare il vuoto lasciato da chi ha amato di più. La sua mente è in tumulto, lacerata tra l'esigenza di esprimere sentimenti e la paura di affrontare temi delicati e controversi. Questo conflitto interiore le genera una sorta di paralisi creativa, un'insicurezza che la tiene in bilico tra il desiderio di realizzare qualcosa di significativo e la paura del giudizio altrui.

Le sue esperienze passate di realizzazione di cortometraggi e il suo approccio pratico all'acquisto della videocamera riflettono una persona determinata e riflessiva, che non si lascia intimidire dalla complessità del mondo audiovisivo. La sua creatività sembra nutrirsi di materiali semplici, di oggetti quotidiani, che diventano il punto di partenza per la sua narrazione. La rivista trovata per strada diventa un simbolo di bellezza e di aspirazione, un richiamo a un ideale di vita che sembra sfuggirle. La sua incapacità di accettare la bellezza effimera e il desiderio di ricrearla, di darle una nuova vita attraverso il suo lavoro, rivelano un animo sensibile e affamato di significato.

L'idea di riciclare e reinterpretare le immagini la spinge verso un percorso di autoconoscenza e di guarigione. La sua arte diventa un modo per affrontare il dolore, per confrontarsi con la sua storia e le sue perdite. In questa ricerca, ella non cerca solo di esprimere la propria sofferenza, ma anche di connettersi con gli altri, di dar voce a esperienze universali attraverso il suo lavoro. La possibilità di filmare il processo creativo, di catturare le emozioni e le interazioni, rappresenta un'opportunità per lei di riappropriarsi della sua vita e di ridare un senso a ciò che è stato perduto.

Si percepisce in lei una forza interiore, una resilienza che, sebbene messa a dura prova dal dolore, la spinge a continuare a cercare, a esplorare e a reinventarsi. Il suo viaggio è sia una fuga dal passato che un ritorno a se stessa, una riconciliazione con le parti di sé che erano rimaste in ombra. Attraverso il suo lavoro, la donna si propone di riscoprire la bellezza e la profondità delle emozioni, di trasformare il suo dolore in qualcosa di autentico e di prezioso.

In un mondo che tende a sovraccaricare di immagini e significati, lei cerca la sua voce unica, consapevole che l'arte può essere un potente strumento di liberazione e di connessione umana. La sua storia è quella di una donna in cammino, che, armata della sua videocamera, si propone di esplorare non solo il mondo esterno, ma anche i recessi più intimi del suo cuore.